Project Gutenberg's Un avvocato dell'avvenire, by Valentino Carrera

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Title: Un avvocato dell'avvenire
       Le Commedie, vol. 1

Author: Valentino Carrera

Release Date: July 21, 2014 [EBook #46351]

Language: Italian

Character set encoding: ISO-8859-1

*** START OF THIS PROJECT GUTENBERG EBOOK UN AVVOCATO DELL'AVVENIRE ***




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UN AVVOCATO DELL'AVVENIRE




                               LE
                            COMMEDIE
                               DI

                        VALENTINO CARRERA


                                ..... Se voeren sti poetta
                            Ciappottan i passion, moeven el coeur,
                            Hann de toccann i tast che ne diletta,
                            Ciapann, come se dis, dove ne doeur;
                            Senza and sui baltresch a tir a man
                            I coregh e i scuffion gregh e roman!

                                                  CARLO PORTA.


                          VOLUME PRIMO



                             TORINO
                     TIPOGRAFIA L. ROUX E C.
                              1887




_L'editore e l'autore, osservati tutti gli obblighi, intendono di fruire
di tutti i diritti della propriet sia per la riproduzione e la
traduzione, che per la rappresentazione._

                                                                (918)




UN AVVOCATO DELL'AVVENIRE

COMMEDIA IN DUE ATTI.




NOTIZIA


In quest'epoca cos sinceramente democratica, come sa il lettore, nella
quale non c' calzolaio che non arrossisca dell'antica insegna
ciabattinesca del padre suo, appena Mastro Andrea, a furia di lavoro e
di privazioni,  riuscito ad avviare benino la bottega, od ha messo
assieme un poderello, c' da scommettere che invece di fare del
figliuolo un valente artigiano od un buon agricoltore, lo mander a
farsi avvocato in una delle troppe e troppo inutili Universit. Una
volta cotesti spostati li facevano preti e riuscivano quello che
riuscivano, meno che di decoro e di lustro al clero: ora li fanno
avvocati; vedremo con quale risultato.

Il ragazzaccio fin dall'infanzia mal avvezzo e senza esempio e
consiglio, pretensioso e villano a faccia fresca per natura, nove su
dieci riesce una forca. La bella e fragrante campagna in cui  cresciuto
e il trionfo dei colli ubertosi non gli hanno messo addosso un solo
brivido di febbre poetica, e cos, a diciotto anni, non trasuderebbe una
stilla di entusiasmo per qualsiasi cosa pi bella o generosa, neanco a
pigiarlo sotto lo strettoio. Nessuna meraviglia quindi ch'egli non abbia
che un ideale ed uno scopo, se stesso.

Al primo arrivare nella grande citt, sebbene abituato a sentirne
motteggiare le usanze come  costume nei borghicciattoli fuori d'ogni
movimento e d'ogni istoria, prova una sensazione di scoramento, quasi
una mortificazione. Si sente piccino quanto  a corto di quattrini. Ma
poi sono tanti i compagni ed  tanta la tacita tolleranza per gli
scolari pari suoi, che si rincora presto e in meno di otto giorni
ricomincia a vociare e ad impacciare in iscuola e fuori, come se stesse
ancora per le strade del villaggio cogli altri monelli o nelle aie coi
vaccari ed i carrettieri. Non ha che una scusa: ed  che nelle
Universit manca tuttora la pi indispensabile delle cattedre, quella
che insegnerebbe a vivere. Il suo  un turbine di parole e di gesti pi
che meridionali, nel quale si trovano, quand' possibile tenerci dietro,
sciocchezze marchiane ma clamorose, paradossi scuciti ma sfavillanti, un
pochino di logica borghese, e in compenso molte assurdit. Sugo?
Presunzione a tutto spiano e rispetto di nulla. Poverino! La mamma lo ha
sempre tenuto per un genio e glie lo diceva, e il babbo, sentendo che
sono avvocati il deputato, il prefetto e il sindaco, sogna in lui ad
occhi aperti qualche cosa di grosso.

Nella grande citt, di cui non piglia come i compagni modesti e garbati
i modi e la misura, ma soltanto il vizio pi a buon mercato, non c'
chiasso o prosopopea che basti a levarci dal basso, bisogna pur sentirsi
inferiore a molti in nascita, in influenza ed in coltura; ma questo
sentimento che nelle anime semplici e forti si fa emulazione ed
ambizione feconda, in lui non suscita che una stizza, un dispetto che
Dio sa che itterizia gli darebbero, se la grande creditrice, la societ,
non gli permettesse qualsiasi sfogo contro di lei, che pure da lui non
sar mai pagata. Egli si rivolta adunque contro la societ, che non se
ne d per intesa, e per fare tutto un fascio ed un conto anche contro la
natura e gli Dei, che proprio non c'entrano per nulla, sopratutto nella
magrissima pensione cui lo danna lo scarso assegno della famiglia, e che
ha tanta parte nella segreta ragione di s fiera ribellione.

Questa ribellione sistematica, e perci ridicola, ha tuttavia questo di
buono per lui che gli conquista l'apparenza d'un giovane d'ingegno:
adesso non costa di pi. Ma per quanto questo battesimo, in un paese
come il nostro, dove l'ingegnaccio saltella e corre e diguazza anche fra
i vicoletti pi miserabili e poltigliosi, abbia tutta l'aria di un
battesimo d'acqua senza sale, per quanto studente possa ancora valere il
fusinatesco giovane che non studia niente, c' tuttavia nell'ambiente
delle Universit pi chiassose, nella fama dei professori pi discussi,
nelle vaste sale delle biblioteche pi polverose, un non so che di
misterioso, di imponderabile, ma di indiscutibile che avverte i pi
ribelli che colla sola scintillaccia e senza un lungo durissimo
travaglio non s'arriva davvero in nessuna onesta maniera a conquistare
la lode di tutti i buoni e di tutti i valenti, a conquistare l'austera
matrona inflessibile, la gloria, quella dagli occhiali che leggono
attraverso ai panni quanto si sente, si sa, si pu e si vuole.

Allora, non sentendosi il coraggio di buttarsi eroicamente a capofitto
nella voragine senza fondo dello studio per rifarsi del perduto e
precorrere a perdivista gli altri, trova che  assai pi comodo dir
corna della scienza come ha fatto della societ: quanto a lui, sar
studente giusto quel tanto che occorre per essere laureato -- oh la
strana parola sopra siffatto cerebro! -- e quanto alla gloria, poich 
tanto difficile essere corrisposto dalla matrona, ebbene, ci si
contenter della sgualdrinella che ha un sorriso ed un bacio per tutti,
la noma. E per costei recita, scrive, pianta giornaletti politici e
letterari, dice lui, si batte in duello, si picchia colle guardie e
chiss dove domine arriverebbe in questa correntina per la scesa delle
puerilit, se non arrivasse il momento di raccomandarsi alla
pappagallesca memoria perch non lo tradisca nella prova suprema e
questa non muti la laurea nel ponte dell'asino.  laureato come tanti e
troppi altri, e il suo nome, non importa come, venne gi stampato pi
volte su per le gazzette: per uno studente come lui sono due belli
scalini!

Ma che far ora? Degli avvocati ogni anno, grazie a Dio, le Universit
ne scodellano su per gi un migliaio: pochi sono i vocati proprio sul
serio, anche meno quelli chiamati per la magistratura. Il resto, dopo di
essersi pattullato un pochino colle cieche lusinghe della famiglia, si
dissemina lungo le interminabili mangiatoie della burocrazia, ben lieto
che il titolo poco sudato gli renda pi facile la conquista della
cavezza.

Il meglio sarebbe ritornare a casa per soccorrere il babbo colle braccia
potenti, per ritemprarsi nella vita onesta e proficua dei campi; ma e la
noma? e tutto quello che gli bolle nel cervello? e i destini del mondo?
Ci deve pur essere un'avvocatura che gli dia il mezzo di spendere tanta
esuberanza di forze, che gli permetta di gittare dalla tribuna quel
grido dell'anima che raccoglie tutti gli odj, tutte le smanie di
vendetta degli oppressi..... cominciando da lui, tanto oppresso dalla
vanit?

Sicuro che c':  _l'avvocatura delle cause perse_, come la chiamano in
Tribunale; quella che non costa dottrina ed ha per arringo il patrocinio
di ogni cosa che solletichi la curiosit oziosa e plebea, dagli scandali
di alcova alle mattate tragicomiche della piazza; quella che pu
conservare le emozioni istrioniche del dilettante, e trasformarlo ora in
mitingaio ed ora in tribuno improvvisato.

Ma non  facile esordire bene neanche in questa palestra. E poi fra i
nuovi colleghi ed i magistrati le sue alzate d'ingegno non trovano mica
pi l'eco compiacente del caff; e neanche i bisticci e gli epigrammi
con cui saettava i professori, e i chiapparelli e le fole inventate l
per l a canzonare i compagni, destano la risata d'una volta: anzi c'
chi risponde al paradosso provando che ha la barba pi lunga di Mos, e
altri dimostra come l'utopia non abbia gasse n ali per alzarsi da terra
quanto un tacchino, neanche aiutata dalle supposizioni pi indulgenti e
dalle ipotesi pi iperboliche. Queste piccole disillusioni nuovissime e
frequenti gli mandano sossopra fiele e nervi, e cos nasce in lui il
disprezzo pi cordiale per gli altri avvocati e l'odio pi intenso per i
magistrati, i quali pigliano cos, come di dovere, nel suo cuore il
posto lasciato vuoto, ma ancora caldo, dai poveri professori.

Eppure questo atleta che vuole scendere nel circo con armi s meschine,
che ha pi debiti che idee, pi invidia che emulazione, che non ha che
la stoffa d'un comico di second'ordine, che  appunto l'ordine di chi
non ne ha, deve pure riescire qualche cosa in quell'aristocrazia di
farabutti, fra avvocati ingrassantisi di veleni, affaristi e cortigiane,
al cui benefizio pi d'un pessimista afferma, speriamo bestemmiando,
avere l'aristocrazia dell'ingegno, del valore e della virt fatto
l'Italia; e riescir per tre ragioni una peggiore dell'altra: prima
perch il governo rappresentativo  fatto apposta per gli avvocati, ma
pi per i pessimi che per i buoni; poi perch per valersi di tutti gli
equivoci e le contraddizioni che corrono fra l'uso e l'abuso della
libert  proprio necessario un frutto bacato come gli  lui; perch
infine egli che non ha studiato n nelle scuole n dopo, che consuma pi
vino che olio di lucerna e quale lettore assiduo di giornali e di
romanzi non pu che abborrire da ogni seriet di studio e di
meditazione, ha per osservato e studiato con attenzione il suo tempo e
i suoi concittadini.

Egli si  accorto anzitutto che l'istrionismo lascia i comici per
dilagare nella societ, penetrando poco a poco nei costumi, nella
conversazione, nelle lettere e peggio che mai nella politica, sia perch
il popolo  incorreggibilmente vago di saltimbanchi, sia perch la
politica meno che il ridicolo pu scusare ogni pi buffa e rea
azionaccia. Cyrano De Bergerac asseriva or sono pi di due secoli, gli
italiani nascere tutti comici; e alle volte pare veramente che noi
rappresentiamo in ogni sfaccettatura della vita un complesso di cos
squisita e perfetta commedia, da spiegare in quale guisa il nostro
teatro non sia all'altezza della nostra gloria letteraria ed artistica,
poich una tale eccellenza di simulazioni deve necessariamente togliere
ogni speranza al commediografo di arrivare ad emularla.....
Comunquesiasi, l'avvocatino ha intanto notato che l'istrionismo
preferisce alle espressioni schiette e semplici le studiate e sonanti,
alla passione sentita e forte la sfuriata declamatoria, ai caratteri
fieri la gente superficiale e poltrona e bracona, al fare cose grandi e
feconde le comode e fugaci fiammate d'un breve entusiasmo. E ha pure
notato che la coscienza latina  cosifatta che mentre non mostra che un
po' di stima platonica per i galantuomini, sente invece la pi viva
simpatia e sollecitudine per le canaglie matricolate.

Finalmente ha osservato che la mediocrit scettica, ignorante e superba
che si  quasi infeudato ogni movimento della vita italiana, ed ha
riempito, per quanto le  stato possibile, ogni Consiglio di omiciattoli
che non si sa capire come riescano a star ritti, tanto  il vuoto del
loro cervello, ci ha in tal modo intontiti e resi indifferenti sopra
ogni riguardo, che la sfacciataggine diventa ogni giorno pi l'arte
sicura di arrivare dovechessia, e dieci pagliacci potrebbero di leggieri
imporsi a centomila cittadini. Alle volte si direbbe, scorati, che i
cittadini che sentono la libert essere la giustizia, non abbiano poi
attitudine alcuna ad unirsi per difenderla, o che disperino di far
giungere ad una vera emancipazione le classi che ancora guaste dalla
servit sono gi corrotte dalla licenza.... Ma questa indifferenza
spiega ad ogni modo l'insanabile furore di avvilimento e di disprezzo
che c'invade, e rivela all'osservatore la noia, il castigo delle
generazioni senza ideali, e, per sua conseguenza, la disposizione
morbosa ad accogliere meglio il disordine che non l'appello sempre pi
uggioso del dovere.

L'avvocatino fa tesoro, gongolando, di queste brutte rivelazioni; ride
degli antichi gloriosi patriarchi della giurisprudenza italiana, ride
dell'avvocatura cos bella nel suo esercizio e cos nobile nel suo fine,
e si prepara alla battaglia: tre o quattro volumi fra alienisti,
socialisti e pessimisti bastano per fornire le armi; non importa come
traditi. N importa che la sua sia giusto la caricatura della scuola
positivista, la quale non ha mai inteso sparare che il delitto sia
_sempre_ un'aberrazione o l'effetto di una provocazione, la ribellione
il solo mezzo di risolvere le questioni pi intricate, e che corruzione,
doppiezza ed ogni altra pi trista vergogna non siano imputabili che al
clima e ad altre cause non volitive.

Noi non seguiremo, come ha fatto l'autore della commedia, l'avvocatino
in tribunale, n ci meraviglieremo che quella sua furia insolente e
vertiginosa abbia colpito la platea sucida e feroce della Corte e meglio
ancora il branco pecorino e sbadigliante dei Giurati, n che quelle
schidionate di menzogne e di vituperj possano essere gabellate quali
saggi di nuovissima eloquenza: se ciascuno avesse, non diciamo una
convinzione, ma almeno un'opinione, il pallone pieno di vento
schiatterebbe sotto le risate pi clamorose; ma l'opinione, dai pi, si
preferisce di comprarsela bell'e fatta, purchessia, pur che non costi,
s'intende, pi di un soldo.

Inutile dire che il bel metodo riesce anche meglio quando l'avvocatino
si fodera del mitingajo o del saltimbanco per le campagne elettorali.

La farsa finisce come deve finire con tanti personaggi da farsa nei
clienti delle dimostrazioni e dei comizj, negli elettori e nei
contribuenti: l'avvocatino arriva dove arrivano tanti altri liberali del
denaro altrui, a parer persona, ai Consigli del Comune, meglio ai
Consigli d'Amministrazione, e, peggio per lui, al Parlamento.

Perch peggio per lui? Perch il Parlamento  il magno strizzatore di
questi limoni senza sugo!

La favola necessariamente lieve in cui l'autore aveva incarnato questo
tipo, portava dapprima per titolo: LA NUOVA SCUOLA DEGLI AVVOCATI.
Rappresentata per la prima volta in Torino, al teatro Gerbino, la sera
del 24 maggio 1874, dest un indescrivibile tumulto nel pubblico
affollatissimo. La maggioranza, gradita la satira, rideva ed applaudiva
con tanto maggior calore quant'era evidente in un certo numero di
spettatori l'intenzione di troncare la recita fin dalle prime scene:
fin per trionfare la prima, ma non senza molto contrasto. Il
Bellotti-Bon, malgrado le risate frequenti e gli applausi e le chiamate,
era vivamente indispettito; n valeva che l'autore gli dicesse che senza
quel contrasto probabilmente il suo lavoro non avrebbe ottenuto tanti
applausi.

-- _S, s_, quegli rispondeva; _puoi anche aggiungere che il contrasto
prova che la satira ha toccato, forse un po' troppo, ma giusto. Ma non
basta. I comici non vivono affatto della vita sociale e non possono
capire, apprezzare e difendere la portata di un lavoro studiato sul
vero: e perci non hanno nulla del gladiatorio. Recitano tutto l'anno un
repertorio, per lo pi straniero, quasi tutto accettato ad occhi chiusi!
I contrasti li paralizzano sempre; n vale il dire che la fischiata 
soltanto diretta all'autore, e che l'autore si dovrebbe fischiare, se
questo gusto si conf coll'educazione, in fin d'atto; che la fischiata
ad ogni modo  sempre un atto in cui con molta sciocchezza entra un po'
di vigliaccheria: alla stretta dei conti la fischiata impedisce
all'attore di essere vero, piacevole, potente, artista. E io, come i
miei comici, mi domando se non c' un rimedio per evitare nelle repliche
ogni contrasto, ed assicurare, per quanto  possibile, l'unanimit del
successo._

-- _S che c', e l'ho bell'e trovato io!_ grid un signore irrompendo
nel camerino del capocomico, colla disinvoltura di chi recitando ogni
giorno la commedia, conosce tutti i settemila segreti dell'arte. Il
Bellotti-Bon, volgendosi, present al signore i tre o quattro attori che
lo avevano seguito nel camerino, ma non l'autore rimasto inosservato in
un angolo fra il portacatino e l'attaccapanni, e poi nomin lodando
cortese il signore, uno dei pi noti e facondi avvocati del foro
italiano. Se il fiero castellano di Brolio aveva detto agli italiani:
siamo onesti, Giuseppe Peracchi, l'elegante e gentile attore,
raccomandava ai comici di essere almeno garbati; ma Bellotti-Bon era
sempre onesto e cortese con tutti.

-- _Dunque sentiamo il rimedio._ _Gi_, aggiunse con quel suo sorriso
fine fine fra la bonariet e la canzonatura, _gi si sa che sei abituato
a trovare il modo di sciogliere ben altre difficolt in Tribunale, in
Parlamento e nei Consigli del Comune..._

-- _E della Provincia_, ripicchi l'altro. _Anzitutto pigliatela pure col
pubblico, se pubblico abbiamo, che vorrebbe lavori italiani, dice, e poi
appena accennano ad uscire dall'andazzo, li stronca_, pollice verso,
_senza piet: te lo dico subito perch so che  tuo privilegio non
abbandonare in nessuna congiuntura lo scrittore. Ma cotesto pubblico 
qual', e tocca a te ricordarlo. Ma che ti gira, venire a far battezzare
una NUOVA SCUOLA DEGLI AVVOCATI a Torino che ha la invidiabile fortuna
di averne la bellezza di ottocento? Come si fa a sognare d'avere a
questi lumi di luna un pubblico cos civile quale era l'Ateniese che
accoglieva a suon di risate le staffilate con cui Aristofane lacerava le
spalle al suo Cleone ed ai demagoghi sempre cari alle taverne ed ai
lupanari? Questa  per te e per l'autore. E uno e l'altro, ma tu pi
dell'altro, dovreste conoscere i vostri polli. E i polli di coteste
stie, che dovrei forse chiamare capponaie, sono da un bel pezzo abituati
a non trovare nella drammatica che lo sfogo di ogni stizza pi o meno
ragionevole contro la legge e le autorit. Sar sciocco; ma il teatro 
giusto il luogo, non dico come dovrei il sito, dove si dicono pi
sciocchezze in prosa ed in versi e pi in versi che in prosa. Finezze?
Non arrivano. Tirate? Tutte. Gli , caro Gigi, che da noi  l'elemento
giovane che guida il pubblico in teatro: quindi  il sentimento non la
riflessione che giudica; quindi il poeta ha tanto maggior sicurezza di
riescire quanto pi sono calde le botte e le apostrofi, non importa se
contro il senso comune. Io, se facessi il capocomico, non accetterei
oggi un lavoro che non fosse di scrittore anarchico, o almeno
socialista, o, alla peggio, repubblicano. E il solenne granciporro del
tuo autore sta tutto in questo, che invece di dirigere la satira contro
il Pubblico Ministero, dipingendolo assetato di condanne ad ogni costo,
e contro il Presidente del Tribunale, colorendolo quale un vecchio
odioso, inaccessibile ad ogni piet, o magari parodiaco per sordit od
ebetismo, l'ha diretta contro l'avvocato della difesa. Sicuro, s'egli
meglio consigliato faceva proprio il rovescio, la sua commedia andava
alle stelle dritto dritto: informi il Brid'Oison, del MATRIMONIO DI
FIGARO,_ si licet parva componere magnis! _S, il Brid'Oison, per quanto
caricatura plateale, rispondeva allora fino ad un punto agli obblighi
d'una certa verosimiglianza; ma che deve importare ora al commediografo
se anche l'invertimento che gli propongo fosse artisticamente una
volgare riproduzione e moralmente un assurdo, un vero crimine di lesa
verit? Crede forse il tuo autore che il pubblico sappia discernere un
lavoro osservato e studiato dal vero da quello che  il frutto di
compilazioni, o di assimilazioni, quando non lo  di falsificazioni?
Allora mi sta fresco! Gli  giusto il contrario. Se il carro di Tespi
corre sopra una strada battuta, le cose vanno liscie. Ma per vie
inusate?_

_Ah! ah! che bel matto! Ma io ho bell'e capito, soggiunse ironico, gli 
anche lui di quelli punti dalla tarantola del nuovo: non gliene importa
un fico secco dei facili entusiasmi delle nostre platee; brama invece
ardentemente le acri battaglie contro la vecchia macchinaccia tarlata
del convenzionalismo, e non avr pace se non quando pogger vittorioso
sulle rovine del tempio antico, sui frantumi dell'ara e del Dio falso e
bugiardo! Bellino tanto! Fagli i miei rallegramenti! Ma se vuole invece
dar retta a me, faccia ridicolo non il suo avvocato della difesa, ma il
Procuratore del Re e il Presidente, e vedr! Alle stelle! Addio, Gigi;
signori, buona notte... Diglielo, alle stelle!!_

E come era arrivato, quale una folata di vento, svan.

Bellotti-Bon, che aveva in orrore i periodi lunghi, respir a pieni
polmoni, guard i suoi comici con un'alzata di sopracciglia che
equivaleva ad un: _Caspiterina, che talento! Il suo rimedio  proprio
infallibile!_ E poi, fra 'l serio ed il faceto, il pi arguto e giocondo
_brillante_ che abbia avuto il nostro teatro dopo il Vergnano, disse
all'autore, tirandolo fuori per un bavero:

-- _Senti. La tua commedia  una solenne birbonata, s'intende, e
quell'avvocato in fatto di drammatica  un genio, lo si vede al bujo. Ma
se dai retta a me, non mutare che il titolo perch non serva di civetta
al paretaio. E sai perch?_

Qui cominci a sbottonarsi l'abito, quasi a far intendere che era venuto
il momento di levarglisi d'intorno...

-- _Perch_, aggiunse, _se lo scopo dell'avvocato nello studiare le
passioni e le ridicolezze umane  di sfruttarle, quello dello scrittore
di commedie, meno profittevole ma pi bello,  di dipingerle quant'
possibile vere e vive...._

Quanto alla commedia,  ben giusto dire che se  rimasta in repertorio,
lo deve anzitutto al valore di Giovanni Emanuel, l'attore cos
proteiforme, coscienzioso e potente.




INTERLOCUTORI


  TULLIO SAVELLI, avvocato, nipote del commend.
  GIUSEPPE SAVELLI, avvocato, padre di LUIGIA.
  PROSPERA, donna di governo del commendatore.
  ADRIANO SILVESTRI, sostituto Procuratore del Re.
  MARCO MARCOLINI.
  CARLO VALORI, industriale.
  PETRONIO BARBARICCIA, avv. e giornalista.
  GEREMIA GEREMEI, giurato.
  BOBI LASCIFARE.
  Il presidente della Corte d'Assise.
  I giudici.
  I giurati.
  Il cancelliere.
  L'usciere.
  Carabinieri.
  Spettatori del processo.
  Un servo del commendatore.

La scena nel primo atto  nella villa del commendatore Savelli, e nel
secondo nella Corte d'Assise di una piccola citt capoluogo di
provincia, in Italia, ai nostri giorni.




ATTO PRIMO

Galleria a vetrate con tre porte: quella nel mezzo in fondo mette nel
giardino; quella a destra dello spettatore scorge al quartiere del
commendatore Savelli, e l'altra a sinistra alle stanze di Luigia e
Prospera ed al resto della villa. Statue, vasi di fiori; un tavolo con
giornali, campanello e l'occorrente per iscrivere, a destra; un canap a
sinistra; seggiole e poltrone.  giorno, di primavera.


SCENA I.

_LUIGIA e PROSPERA dal giardino._


LUIG. _(entrando in iscena con un fiore in mano)_. -- Non temi che messo
nei capelli questo fiore dia un po' troppo nell'occhio?

PROSP. -- A chi? Tanto gi non sar il fiore che il cugino guarder di
pi. _(mette il fiore nei capelli di Luigia)_

LUIG. -- Non ho fatto un po' di toeletta soltanto per il cugino.

PROSP. -- Brava, che dei partiti come te non ce n' mica molti, mentre di
migliori del cugino...

LUIG. -- Zitta che potrebbe arrivare mio padre.  vero che egli non bada
alla ricchezza...

PROSP. -- E se non bada alla ricchezza, perch non ti accorda in isposa
all'avvocato Silvestri, giovane bravo e bello quanto un altro, e per di
pi gi sostituto Procuratore del Re?

LUIG. -- Per un semplicissimo motivo: perch il Silvestri non ha mai
pensato a domandare la mia mano!

PROSP. -- Un momento! _Non ha mai pensato_  una cosa che non sa che
Domineddio, e quanto al domandare, si pu far presto, veh! E tuo cugino
l'ha forse domandata la tua mano? No.  tuo padre che s' ficcato in
capo di fare questo bel matrimonio. Tuo cugino ti sposer, bel merito,
colla tua dote! ma non potr mai dire di aver dimostrato di volerti
bene: sono de' begli anni che non s' degnato di lasciarsi vedere!
Scommetto che non lo riconosceresti neanche.

LUIG. -- Lo vedr oggi; se mi piacer la sua persona ed il suo contegno e
se mio padre lo vorr, lo sposer; altrimenti aspetter che se ne
presenti un altro migliore.

PROSP. -- Allora l'avvocato Silvestri?

LUIG. -- Fin che non ho veduto e studiato un pochino il cugino, non mi
dichiaro per nessuno.

PROSP. -- Ma il Silvestri non ti dispiace?

LUIG. -- No; sono anzi convinta che  un giovane ammodo...

PROSP. -- To' un bacio! Anzi due!

LUIG. -- Perch?

PROSP. -- Perch sar un ghiribizzo, ma io sarei tanto consolata di
vederti sua moglie, tanto persuasa che saresti maritata bene, che non ti
dico che questo: se fossi ancora giovane come te, brutta non lo era
neanch'io, me lo piglierei io subito subito!


SCENA II.

_GIUSEPPE dal giardino in abito da uscire. DETTE._


GIUS. -- Brava la mia Luigia: gi tutta in gala!

LUIG. -- Per far onore ai tuoi invitati ed al cugino. E dimmi, come sta
l'Alessandri?

GIUS. -- Pur troppo non c' pi nulla da sperare.

PROSP. -- Oh! finch c' fiato c' vita.

GIUS. -- Il guaio  che  giusto il fiato che comincia a mancare al
nostro deputato.  tutto in ordine, Prospera?

PROSP. -- Tutto. Vedr la tavola. Fiori a bizzeffe. Nel bel mezzo, fra i
posti d'onore, il gran trionfo d'argento.

GIUS. -- A proposito dei posti d'onore, ti sei ricordata che il nostro
vecchio Vicario va matto per lo stufato al Madra?

PROSP. -- Si figuri! Per assicurarmi ho voluto assaggiare il Madra che
ha fatto venire di citt: eccellente!

GIUS. -- Speriamo che non ti sia ingannata.

PROSP. -- No, perch anche il cuoco ed il cocchiere l'hanno trovato
meraviglioso.

GIUS. -- L'hanno assaggiato anche loro? E non l'ha assaggiato nessun
altro?

PROSP. -- Si, un ditino la cameriera che l'ha trovato sublime.

GIUS. -- Allora non c' pi da sperare che una cosa: che lo possa
assaggiare un pochino anche lo stufato. -- Ma avete pensato a quelli che
non pranzano mai e desinano di rado?

PROSP. -- C'ha pensato lei e basta! Gi se lei  rispettato e benedetto
da tutti lo deve a questa sua figliuola cos cara, bella e buona!

LUIG. -- Quando la smetti?

PROSP. -- Che ho forse da benedire il giorno in cui qualche omaccio ti
porter via dai piedi?

GIUS. -- Nessuno me l'ha da portar via la mia Luigia: sposare, oh questo
s, se la si merita; ma in casa, sempre con me!

LUIG. -- Quanto sei buono! _(lo abbraccia)_ Bada, Prospera, che laggi al
cancello c' un signore e non c' nessuno ad aprirgli.

PROSP. -- Corro io subito. Ma che faccia proibita! Che sia uno degli
amici dell'avvocatino Tullio?

GIUS. -- Possibile che in tanti anni non ti sia svezzata dal metter fuori
quanto ti viene in bocca? Davvero che faresti dubitare della
perfettibilit dell'uomo!

PROSP. -- Scusi, commendatore; ma s'io fossi perfetta sarei troppo
noiosa, e poi con sua licenza io non sono un uomo, no davvero! _(corre
via dal fondo)_

GIUS. -- (E neanche una donna alla tua et: un essere neutro!) Oh! mentre
siamo soli, dimmi un po', sei contenta di rivederlo questo cugino che
con te forma ora la mia famiglia?

LUIG. -- Contentissima, e spero che egli sia degno dell'interesse che gli
porti.

GIUS. -- Lo deve essere degno, e lo sar, se il suo cuore  all'altezza
del suo ingegno. Ma il tuo cuore  sempre libero?

LUIG. -- Liberissimo, te l'ho gi detto.

GIUS. -- S; ma da un giorno all'altro voi altre ragazze...

LUIG. -- Sar; ma io non preferisco nessuno, neanche fra i giovani
ammessi in casa. Non c'ho gran merito, veh! poich nessuno di loro,
fuori dei soliti complimenti, dimostr mai di voler aspirare alla mia
mano... E l'avvocato Silvestri non fa neanche i complimenti!

GIUS. -- Sfido io: un sostituto Procuratore del Re! Ma  un giovane
proprio di proposito, che ha un alto ideale della vita...

LUIG. -- Davvero?

GIUS. -- Certo. Ho visto pi d'una volta che mentre pu accendersi per
un'impresa generosa, il sentimento del dovere parla in lui sempre pi
forte dell'entusiasmo... Noi abbiamo molto bisogno di giovani
cosiffatti... Anzi, se non ci fosse... (Ma che dico?) Parliamo di
Tullio... Vedi, io sarei proprio contento che ti piacesse, e che fosse
degno di te, perch col dono della tua mano riparerei senza farti torto
alle ingiustizie della sorte che bersagli il mio povero fratello.

LUIG. -- Tu giudicherai se egli mi convenga; quanto al piacermi o no, non
dubitare che te lo dir presto, sinceramente e senza leggerezza.

GIUS. -- Oh brava la mia Luigia, e sta pur sicura che se non ti piace non
l'hai da sposare.


SCENA III.

_BOBI dal fondo con PROSPERA. DETTI._


PROSP. _(a Bobi)_. -- Ecco il signor avvocato Savelli.

BOBI. -- Lui?

LUIG. -- Vado ad aspettarti in giardino. Prospera. Signore... _(esce dal
fondo)_

PROSP. -- Vengo subito. _(a Bobi porgendogli una sedia)_ S'accomodi.

BOBI. -- Ma  proprio lei l'avvocato Savelli di cui parla il giornale? Me
lo davano per uomo di prima giovent, e lei...

GIUS. -- Si figuri che io sia della seconda, di quella che non finisce
pi. Con chi ho il piacere di parlare?

BOBI. -- Con me e faccio l'accollatario.

GIUS. -- Badi che ho smesso giusto ora di fare l'avvocato.

BOBI. -- Possibile? Ma se si trattasse d'un affare che le darebbe onore e
quattrini?

GIUS. -- Quanto a quattrini mi contento di quelli che ho guadagnato in
quarant'anni di lavoro assiduo; per l'onore, se n'avessi bisogno,
sarebbe un po' tardi.


SCENA IV.

_SILVESTRI dal fondo. DETTI._


PROSP. -- L'avvocato Silvestri. Venga, venga!

GIUS. -- Benvenuto, signor Silvestri. _(a Bobi)_ Ma se io non posso avere
il piacere di servirla e le basta un consiglio, ecco un avvocato che
conosce la legge appuntino e che  cortese quanto bravo.

SILV. -- Troppo onore, signor commendatore. _(a Bobi)_ Dica liberamente.

BOBI. -- (Commendatore? Ma allora non  lui). Ecco, le dir: io ho avuto
una commissione curiosa. Sa lei del processo Valori che si sta per fare?

SILV. -- Nessuno lo conosce meglio di me. Far molto rumore, sebbene non
mi sia riescito di mettere le mani addosso al reo.

BOBI _(sbalordito)_. -- Lei?

SILV. -- Sostituto Procuratore del Re ai suoi comandi.

BOBI. -- Obbligato!... Non s'incomodi!... Mi rincresce di essermi dato
tanto disturbo... Cio!... Basta.

SILV. -- Come le piace. _(si riavvicina a Giuseppe)_

PROSP. _(a Giuseppe)_. -- Mi dimenticavo di dirle che il cocchiere
domanda se ha da andare alla stazione ad aspettare il cavalier Valori.

BOBI. -- Valori?!

SILV. -- L'industriale di Belmonte, quello che poco manc non fosse per
ogni verso vittima dell'imputato...

GIUS. -- Se approfitta del mio legno per recarsi alla stazione, lo vede.

BOBI. -- Grazie tante! Non voglio far altre conoscenze io! E poi mi fa
meglio andare a piedi... Ma lei non ha un figliuolo che s' messo
soltanto or ora a far l'avvocato?

GIUS. -- Il nipote, Tullio Savelli.

BOBI. -- Ecco quello che io cerco, quello di cui parla il giornale,
Tullio!

GIUS. -- Se ritorna fra un'oretta, o va alla stazione lo vede.

BOBI. -- Vado alla stazione. (Ma non vorrei imbattermi nel Valori...) _(a
Prospera)_ Non c' altra strada per andare alla stazione?

PROSP. -- Sicuro che c'; il sentiero per i campi in faccia alla porta
del giardino, gi dritto fino in fondo alla scesa. Laggi trover una
bella casa con tanto d'arme sulla porta, la infili sicuro come in
chiesa, attraversi l'orto e dar subito del naso nella stazione.

BOBI. -- Gli  il fatto mio... Ma che cos' quella bella casa coll'arme
sulla porta in cui devo entrare?

PROSP. -- La caserma dei carabinieri.

BOBI. -- La caserma dei carabinieri?! _(esce rapidamente dal fondo
seguito da Prospera sino alla soglia)_

PROSP. -- Ma non di li! Per il sentiero! -- Gli dico di qua e lui va di
l! _(gli scompare dietro)_

SILV. -- Mi permette, signor commendatore, che io approfitti di questo
momento in cui siamo soli per dirle due parole?

GIUS. -- Volentieri. S'accomodi. (Che mi vorr dire? Forse del
processo...)

SILV. -- Comprendo che abuso forse della sua bont; ma non posso
differire la preghiera che sto per farle.

GIUS. -- Lei non abusa di nulla, ed io sar lietissimo di provarle quanta
stima ho per lei. Dica adunque liberamente.

SILV. -- Ebbene, sappia che io non ho potuto frequentare la sua casa
senza rimanere vivamente colpito dalle grazie dello spirito e della
persona della sua signorina.

GIUS. -- Come? Come? E aspetta a venirmelo a dire adesso che sta per
arrivare quel nipote che desidero dare in sposo a mia figlia?

SILV. -- S, perch non l'ho saputo che stamane.

GIUS. -- E lei, appena saputo che io desidero questo matrimonio, invece
di dire: pazienza, dovevo venir prima, sono arrivato troppo tardi, viene
a confessarmi il suo amore giusto quando sta per arrivare l'altro! Eh!
non c' che dire, questo si chiama proprio scegliere il momento buono!
Ma sa che se io non la conoscessi per giovane educato e modesto,
m'avrebbe l'aria di dirmi: non la dia al nipote la sua Luigia, che non
la merita, la dia a me che la merito il doppio!

SILV. -- Mi perdoni; ma io non posso esser venuto a domandarle la mano
della sua figliuola.

GIUS. -- E a quale scopo mi viene allora a fare la sua confessione? Dal
momento che sa che la ragazza  destinata ad altri, mi pare che
l'incidente sia bell'e esaurito! Io l'ho invitata alla piccola festa che
faccio in casa per l'inscrizione del nipote nel collegio degli avvocati:
se rimane mi fa un piacere; ma se teme di non potersi contenere, io la
lascio in libert, e amici come prima.

SILV. -- Mi far forte, e poi il rispetto che ho per lei basterebbe a
ricordarmi il mio dovere.

GIUS. -- (Povero giovane!) Ma un momento: Luigia non sa nulla di tutto
questo?

SILV. -- Oh, senza il suo consenso!

GIUS. -- Bravo! Bravo davvero! (Lo fa apposta a condursi cos bene!) Mi
duole, sa, che m'abbia fatto questa sua confessione, mi duole davvero e
tanto pi quanto  grande la stima e la simpatia che ho per lei... Si, e
non esito a dirle chiaramente che se non avessi il nipote, se il nipote
non convenisse, sarei ben contento di avere per genero un giovane come
lei. _(si alza)_

SILV. _(con calore, alzandosi)_. -- Dice davvero?

GIUS. -- Ho sempre detto quello che penso in casa, in tribunale, in
Parlamento.

SILV. -- Allora io la ringrazio di gran cuore di concedermi quanto sono
venuto a domandarle, una speranza.

GIUS. -- Ma che speranza dal momento che la d al nipote?

SILV. -- Perdoni; ma lei ha detto che se il nipote per qualche verso non
convenisse...

GIUS. -- S che l'ho detto; ma perch non ha da convenire? Crede forse
che Tullio sia brutto come uno scarabocchio e scipito come una testa di
rapa?

SILV. -- No; ma se per caso non piacesse alla signorina o non contentasse
lei...

GIUS. -- Piacer! Contenter!

SILV. -- Pu essere, ma io non rinunzio alla speranza che possa non
piacere e non contentare...

GIUS. -- Ma guarda che chiodo s' fitto in capo! Quasi quasi darei subito
subito la figlia al nipote senza condizione!

SILV. _(ridendo)_. -- Di questo non ho punto timore.

GIUS. -- Oh sta a vedere che mi mette in puntiglio! E chi le dice che io
non sia capace di farlo?

SILV. -- Tutto quanto il suo passato.

GIUS. -- Ha ragione.

SILV. -- E poi me l'ha gi permesso di sperare!

GIUS. -- Ebbene speri, speri pure; ma mi lasci dire che se non ha altri
moccoli, dovr andare a letto al buio... e solo!

SILV. -- Solo, no... colla mia speranza!

GIUS. -- Padrone! Padronissimo!

SILV. -- E io la ringrazio nuovamente di questo altro permesso.

GIUS. -- To', ora gliel'ho gi permesso due volte! Ma ad ogni modo rimane
fra di noi due, eh?

SILV. -- Sul mio onore.

GIUS. _(porgendogli la destra)_. -- Bravo! Io al suo posto dispererei; ma
dal momento che a lei fa piacere sperare, che gli ho da dire? Tutti i
gusti sono gusti!


SCENA V.

_PROSPERA e GEREMIA GEREMEI dal fondo. DETTI._


PROSP. -- C' questo signore che desidera un consiglio, signor Giuseppe.

GIUS. -- Veramente non farei pi l'avvocato; ma poich s' disturbato a
venire quass, e non si tratta che di un consiglio...

SILV. -- Mi permette di accompagnare la signora Prospera in giardino?

GIUS. -- Non mi lasci, pigli un giornale. ( vero che si contenta di
sperare; ma non vorrei che sperassero in due).

PROSP. -- Allora sar per un'altra volta. _(esce dal fondo)_

GIUS. -- Con chi ho il piacere di parlare?

GER. -- Geremia Geremei, fabbricante di antichit e di _decorazioni_ a
scelta... Solamente a guardarmi lei capisce subito che non ho ammazzato
nessuno, e che non vengo a disturbarla per cercare il modo di farla
liscia colla giustizia. Amo anch'io la libert, sebbene sotto certi
aspetti si stesse meglio prima, e non c' nessuno che mi valga nel far
la guerra ai preti e nel sostenere i fondi pubblici... Ah! non ho
superstizioni io: mangio salame e prosciutto tutti i venerd...

GIUS. -- Un bel coraggio.

GER. -- Non lo dico per imbottirmi, sono un buon patriotta; e quando
c'era la guardia nazionale buon'anima sua, non ero di quelli che
pagavano cinque lire per sottrarsi al servizio! Piuttosto l'avrei fatto
io per gli altri, se non mi avessero creduto degno del grado di
caporale...

GIUS. -- Favorisca di venire al concreto.

GER. -- Subito. Il concreto  che m'hanno ficcato nei Giurati.

GIUS. -- Poich  cos buon patriotta...

GER. -- Sicuro; ma c' un ma! Anzi ce ne sono parecchi dei ma! Prima di
tutto sono abituato a fare tre piccoli pasti al giorno e non posso in
coscienza espormi a farne uno solo, in un ambiente troppo caldo, col
pericolo di essere preso dal sonno dinnanzi alla Corte mentre un tal
peso gravita sul mio stomaco e sulla mia responsabilit. E poi come
potrei espormi a firmare una sentenza di morte, io che ho letto _Le
ventiquattr'ore di Vittor Ugo condannato a morte_? Mandare in prigione
un disgraziato, io che so a memoria _Le sue prigioni_ di Silvio Pellico?
Non  possibile, sulla fede ch'io giuro! E per tutto l'oro del mondo...
o almeno per una bella somma, non voglio espormi al pericolo di una
vendetta per punire un uomo che a me non mi ha fatto proprio nulla. Ah!
per difendere la societ? Bellina la societ! Ognuno per s e Dio per
tutti, dico io. E poi c' dell'altro. Io ho preso moglie da poco.... Chi
non fa la sua corbelleria? E mia moglie, non faccio per dire,  giovane
e belloccia; lo sa e non le dispiace che glielo dicano. Ora lei mi
capisce, colla bottega aperta al primo cavaliere venuto, con tutti i
mosconi che ronzano attorno alla donna degli altri, lei converr con me
che non posso occuparmi delle birbonate fatte agli altri, mentre sono
sicuro che tirano di farne una a me delle pi solenni! Le _decorazioni_,
venderle, questo s... ma lasciare che gli altri _decorino_ me, no! E
poi, e poi che Giurati d'Egitto! Facciano i magistrati, li paghiamo per
questo! E che dibattimento, dal momento che hanno potuto coglierli! Che
reclusione, che galera! Costa troppo! E se non scappano dura cos poco
ora anche la galera a vita! Quattro palle nello stomaco ai ladri, dico
io, e gli omicida, se non li vogliono impiccare, via, lontano lontano,
in un'isola sotto la canicola e che sia tutta tutta ben circondata dal
mare!

GIUS. _(che durante lo sproloquio di Geremia ha scambiato qualche
sguardo col Silvestri)_. -- Lo sono anch'io Giurato nel prossimo processo
per l'affare Valori. Conosco poi le condizioni che possono esimere da
quest'obbligo, che una volta parve il diritto pi solenne e prezioso che
ci abbia conferito la libert!...

GER. -- Eh! gi, me lo immagino; ma ora le sono quarantottate.

GIUS. -- Non le domando se sia elettore politico...

GER. -- Credo; ma non ho tempo da perdere.

GIUS. -- Se abbia compiuto i trent'anni e sappia leggere...

GER. -- Basta che non sia dinnanzi a molta gente.

GIUS. -- Se abbia subito delle condanne...

GER. -- Un po' di prigione per la guardia nazionale, prima dello
scioglimento; nient'altro _(ridendo)_ finora!

GIUS. -- Se non sia stato Segretario, Direttore o Ministro...

GER. -- Prima d'essere padrone, ero ministro, lo dico senza rossore.

GIUS. -- Questo sentimento lo onora; ma io parlo di Ministri di Stato.

GER. -- Eh! allora non le venderei le _decorazioni_!

GIUS. -- (Le porterebbe tutte lui!) E la salute  eccellente, mi pare?

GER. -- Per uno sposo non c' male, mi contento.

GIUS. -- Allora bisogna rassegnarsi a fare il suo dovere, altrimenti
incorre in una multa da lire trecento a mille con sentenza della Corte
d'Assise, la quale porta con s il rifacimento di ogni danno e spesa al
tribunale, all'imputato ed ai testimoni che nel processo Valori sono
oltre al centinaio.

GER. _(scattando in piedi)_. -- E questa si chiama libert? Alla fin fine
non l'ho domandato io di fare il Giurato, e se anche ci fossi stato
obbligato, mai per farlo per forza!

GIUS. -- Signor Geremia, non ho altro consiglio da darle.

GER. _(simulando di essere in collera)_. -- E dal momento che con cinque
lire si faceva montar la guardia da un altro, perch non si pu
incaricarlo anche di fare il Giurato?

GIUS. -- Signor Geremei, se desidera anche la mia opinione su questo, le
dir gratuitamente che pretendere una patria senza leggi ed una libert
senza doveri equivale ad essere indegni della patria e della libert.

GER. -- Avvocato, lei mi manca di rispetto!

GIUS. -- Sa, con me quest'artifizio non serve: sono venticinque lire che
la invito a pagare il mio disturbo.

GER. _(mutando subito tono)_. -- Venticinque lire un semplice consiglio,
caro signore?

GIUS. -- Quando non  cento.

GER. -- Ma per un padre di famiglia?

GIUS. -- Se non ha preso moglie che ora!

GER. -- S; ma nella mia parentela siamo un po' come i conigli...
Mettiamo quindici lire, via!

GIUS. -- Non mercanteggio. _(suona il campanello)_

GER. _(colla borsa in mano)_. -- Gli affari vanno cos male... Eccole un
bel biglietto da venti lire, bell'e nuovo...


SCENA VI.

_Un SERVO dalla destra. DETTI._


GER. -- Neanche venti lire? _(aspro)_ Bene, tenga, tenga le sue
venticinque lire... Ma io sono molto pi discreto nei miei affari.

GIUS. -- Piglia quel denaro, Bernardo; lo darai al Vicario per i poveri a
nome di questo signore.

GER. _(furioso)_. -- Non ci mancherebbe altro che si sapesse che regalo
cinque scudi ai loro preti! _(al servo)_ Dite che  lui il donatore e vi
creder: il Vicario sa probabilmente come il signore fa presto a
guadagnarli. _(via dal fondo senza salutare, col cappello in capo)_

GIUS. -- Ha sentito?

SILV. -- Valeva proprio la pena che tanta brava gente consumasse la vita
nell'esilio e sui campi di battaglia per avere di cotesti cittadini!


SCENA VII.

_PROSPERA e MARCOLINI dal fondo. DETTI._


MARC. _(parola spedita e volubile, interrotta da frequenti risatine)_. --
Mille grazie, signora, ma non mi sono ignote le nobilissime sembianze
dell'illustre avvocato commendatore Savelli. _(a Giuseppe)_ Mi scusi, mi
perdoni se premendomi di vedere suo nipote mi sono fatto lecito di
accettare l'invito fatto senza distinzione agli amici di Tullio, prima
di avere l'alto onore di esserle presentato.

GIUS. -- Non dica di pi e s'accomodi. L'avvocato Silvestri, sostituto
Procuratore del Re.

MARC. -- L'ho gi visto in tribunale; visto, sentito ed ammirato.
_(s'inchina a Silvestri e a Prospera, la quale lo ricambia e poi esce
dal fondo)_ Dopo lei... Dopo lei, se non disturbo. _(siede)_ Ma se per
caso disturbo... _(si rialza)_

GIUS. -- Ma la prego... (Che sia gi un cliente di Tullio?) Ella conosce
adunque mio nipote?

MARC. -- Moltissimo, illustre signor avvocato commendatore!

GIUS. -- Mi chiami semplicemente come desidero, signor Giuseppe.

MARC. -- Modestia antica! Virt perduta! Non per nulla lei  onore e
decoro d'Astrea, degno rivale del Bastiani, il maestro di suo nipote,
valoroso criminalista, ma meno di lei forte nel civile quanto nel
criminale!

GIUS. -- Lei mi confonde... (Deve essere un pezzo grosso). E lei che ne
dice di mio nipote, signor commendatore?

MARC. _(si alza, s'inchina e risiede)_. -- Grazie, ma non lo sono ancora.
Di suo nipote non dico che una cosa, un pensiero, una frase: tutto
dimostra in lui che  nato esclusivamente per il foro!

GIUS. _(a Silvestri)_. -- Sente?

SILV. -- Non mi fa meraviglia;  suo nipote.

GIUS. -- E dica, dica, signor cavaliere...

MARC. _(come sopra, alzandosi, ecc.)_. -- Grazie, ma non lo sono ancora.

GIUS. -- Possibile?

SILV. -- Qualche eccezione a cercar bene c' ancora.

GIUS. -- Ma scomparir, scomparir presto!

MARC. _(come sopra)_. -- Troppo gentile. Suo nipote far una riescita
splendida, fenomenale, direi quasi piramidale, cos che eclisser tutti
quanti gli avvocati, e sa perch? Perch  nato avvocato come altri
nasce poeta, vate, profeta.


SCENA VIII.

_LUIGIA con un mazzo di fiori slegati che depone sul tavolo, dal fondo.
DETTI._


SILV. -- A meraviglia! Ma lei ha una ricchezza di sinonimi e di aggettivi
che sbalordisce.

MARC. -- Eh! se toglie l'aggettivo alla letteratura e all'arte oratoria,
che cosa resta? E poi due, tre martellate conficcano meglio un chiodo
che una sola!

SILV. _(scherzando)_. --  vero che lei piglia cos il nostro cervello
per un pezzo di legno, ma la spiegazione  evidente.

GIUS. -- Senti, Luigia, che cosa dice il signore di Tullio. _(a Marcolini
alzatosi)_ Mia figlia, stia commodo, signor..... professore.

MARC. -- Non sono professore, grazie. Dicevo che Tullio  avvocato nato.
Ma quale meraviglia se il destino lo faceva nascere di famiglia gi
famosa nell'arte oratoria? Quale meraviglia se sua madre, quasi presga
del futuro, bene vi auspicava battezzandolo col nome del pi grande
oratore romano, sebbene non fosse veramente un romano _de_ Roma ma
Arpinate, l'immortale pi che divino Marco Tullio Cicerone?

GIUS. -- (Dev'essere un giudice di tribunale).  vero, signor magistrato,
 vero.

MARC. -- Grazie, non sono magistrato. La sua  adunque una vera
consacrazione naturale, originale, direi fatale, sopratutto per le
grandi cause criminali, perch egli ha il segreto del nuovo e
dell'impreveduto che intontisce il pubblico; il torrente di filippiche e
il fuoco d'artifizio che annichila il Pubblico Ministero...

SILV. -- Mille grazie dell'avvertimento.

MARC. _(con un inchino)_. -- Era un dovere per me. _(seguitando)_ E
infine l'arte superlativa, indispensabile per vincere; l'ineffabile arte
di toccar le corde ai Giurati! -- La parola essendo un fatto -- _for
faris_ parlare ed agire -- chi disse che il silenzio  d'oro non era
certo un avvocato: la parola  un suono,  un'idea, ma forse pi giova
suono che idea, ed  perci che Tullio ha una voce e due polmoni che
possono lavorare tre, quattro ore come tutto il giorno, vale a dire
finch la parte avversaria non sia rimasta senza fiato. Che armonia in
tanta forza! Che variet di gamme dalle basse per parlare ai giudici,
alle medie per i Giurati, alle acutissime per trafiggere il Pubblico
Ministero! E a sentirlo vi par sempre che sia uno specialista, lo
specialista del soggetto che tratta... _(con sdegno)_ Il mio Tullio un
miserabile specialista? Ma allora il concertista meraviglioso non
saprebbe suonare che un pezzo, il comico potente non saprebbe recitar
bene che una commedia! Tullio invece  tutta un'orchestra, tutta una
compagnia di comici impareggiabili!

GIUS. -- Senza dubbio, il signore  un artista?

MARC. -- Sarebbe troppo onore; ma a lei pare forse che paragonando Tullio
ad un attore, gli faccia torto. No, illustre signore, perch comico ed
avvocato sono, in fondo, una cosa sola!

GIUS. e SILV. -- Oh via!

MARC. -- E glie lo provo subito. Un avvocato non  forse tanto pi bravo,
quanto pi fa valere la parte che si  assunto di rappresentare in
Tribunale?

GLI ALTRI. -- Senza dubbio.

MARC. -- E che cosa  un comico, se non l'avvocato che tanto s'immedesima
nella sua parte, da farla parere parte sua, causa sua, passione sua?
Dunque avvocati e comici professano in fondo una poco dissimile arte
magnifica e fuggitiva, colla sola diversit che il comico non recita che
in teatro, e non d mai ad intendere di recitare la parte del patriotta
per il bene del popolo e della nazione!

GLI ALTRI. -- Bravo, signor avvocato, bravo!

MARC. -- Mille sentitissime grazie; ma non sono neanche avvocato.

GIUS. -- (Chi diavolo pu essere?) Sono ben lieto che Tullio abbia tante
disposizioni; ma al mio tempo non si conosceva l'avvocato concertista,
attore e che so io!

MARC. -- Lo credo io! allora non c'erano i Giurati, e toccar le corde ai
magistrati, eh! eh! era tutto un altro par di maniche.

SILV. -- Mi scusi; ma dove le ha trattate il signor avvocato Tullio tutte
le cause che hanno rivelato il suo straordinario ingegno?

MARC. -- Nel suo studio, fra me e l'avvocato Petronio Barbariccia. Io
faccio da Giurato e Barbariccia da delinquente. A proposito, eccolo in
persona.


SCENA IX.

_PROSPERA e l'avvocato PETRONIO BARBARICCIA dal fondo. DETTI._


PROSP. -- _(ironica)_ Un amico intimo del sor Tullio!

GIUS. -- Favorisca, signor avvocato.

PETR. -- Sono amico di suo nipote, anzi compagno di universit. _Ciao_
Marcolini. Tullio mi ha dato _appuntamento_ qui, ed io ci sono venuto
senza _gna_.

GIUS. _(a Luigia)_. -- Deve essere un francese. -- S'accomodi.

PETR. -- Dopo due ore di tram? Basta.

GIUS. -- Padrone. Fa anche lei l'avvocato?

PETR. -- A che? Noi si bada ai principii e non ad arrangiarci. So quello
che mi dico.

GIUS. -- ( pi fortunato di me).

MARC. -- Di' loro subito che dirigi un giornale.

PETR. -- _La Torpedine_, al loro servizio.

GIUS. -- Alla larga! Ma il signore propugna forse la difesa delle nostre
coste?

PETR. -- Io non difendo nulla, al contrario. _La Torpedine_ sociale.

GIUS. -- Allora la rottura! Ma, mi perdoni, non l'ho mai intesa nominare.

PETR. -- Non mi meraviglio. So di quali idee lei  _imbibito_...

GIUS. -- Finora non capisco di quali sia _imbibito_ lei; ma, ad ogni
modo, sappia che le mie non hanno mai escluso nessuna opinione onesta e
sincera.

PETR. -- Il signor Silvestri potr dirle quali sono le mie idee.

SILV. -- Mi scuser se in conversazione non ricordo mai quanto ho saputo
o detto in correzionale.

PETR. -- Tanto meglio; ma vorr almeno aggiungere in processo di stampa.

SILV. -- Se crede che debba dire cos, sia.

LUIG. -- (Che amici curiosi ha Tullio!)


SCENA X.

_VALORI dal fondo. DETTI._


VAL. _(fuori di scena)_. -- Grazie, sora Prospera; ma lei lo sa, in casa
Savelli non ho bisogno di essere annunziato. _(in iscena dal fondo)_ Mio
egregio amico... Gentile signorina... Signori...

GIUS. -- Caro il mio Valori! -- Il cavalier Valori, gentiluomo benemerito
della nostra industria. -- L'avvocato Silvestri, l'avvocato Barbariccia,
direttore della _Torpedine sociale_, se ti fa commodo, e il signor...

MARC. -- Marco Marcolini, ai suoi comandi.

LUIG. -- Cavaliere, io la ringrazio tanto e tanto delle bellissime
giunchiglie che ha avuto la gentilezza di mandarmi; ma in compenso le
far vedere la bella stufa che il babbo mi ha fatto fare presso il mio
salottino.

GIUS. -- Mi ha quasi finito i quattrini. Ma li ama tanto quei benedetti
fiori!

LUIG. _(porgendo a ciascuno un fiore)_. -- E chi non li ama?

PETR. -- Io.

LUIG. -- Dice sul serio?

PETR. -- Noi non _faceziamo_ mai.

GIUS. -- (Loro si trincerano).

PETR. -- Noi odiamo le arti come tutto quello che rompe l'eguaglianza, e
cos combattiamo i fiori, che sono l'aristocrazia della natura.

LUIG. -- Sa che il loro coraggio mi fa paura?

GIUS. -- Loro come filosofi umanitari vorrebbero che la natura matrigna,
invece di pensare alla poesia dei fiori, si fosse occupata solamente
delle frutta, del frumento...

PETR. -- Dica pure senza _genarsi_ dei pomi di terra.

GIUS. -- Bravissimo! Ma giacch non ci si deve _genare_, chiamiamoli
addirittura patate;  vero che ha la disgrazia di essere italiano, ma si
capisce meglio. Luigia, non fai servire del vermouth a questi signori?

LUIG. -- Sicuro, nel mio salottino; cos ci daranno il loro parere
intorno alla stufa. _(ad un suo cenno si avviano tutti alla sinistra)_

SILV. -- Volentieri, se un avvocato pu parlare di questi lavori.

MARC. -- Ma un avvocato parla di tutto, siccome quello che pu
trasformarsi a suo piacere in tutto quello che vuole, in un giornalista
come in un amministratore, in un uomo di Stato come in un banchiere.
Pigli invece un medico. Pigliamo anzi un teologo... _(scompare cogli
altri dalla sinistra)_

PETR. _(ultimo ad uscire)_. -- Ma che teologo! A quest'ora piglierei
qualche cosa di pi sostanziale. _(via)_


SCENA XI.

_TULLIO, in elegante abito da mattino, seguito da un SERVO che porta una
sacchettina da viaggio, dal fondo._


TULLIO. -- Zitto, zitto, che preferisco di fare loro una sorpresa!

SERVO. -- La stanza destinata a lei  di qua, nel quartiere del signor
Commendatore. _(esce dalla destra)_

TULLIO. -- Non ho bisogno di nulla per ora. Mi tolgo questi guanti, ne
infilo un paio di nuovi, e la mia toeletta  bell'e fatta... Che
sorpresa per Luigia! _(si guarda attorno)_ Ma la sua sorpresa non sar
certo maggiore della mia: che fattoria  quella dello zio, che villa,
che giardino, che mobili! E come ogni cosa mi sorride! I contadini su
per la salita mi salutano, i cani, invece di abbaiarmi, dimenano la
coda, e tanto i buoi che gli asini mi danno delle occhiate fraterne...
Ci sono delle piante che mi stendono con un fremito d'amore i loro rami
fronzuti sul capo, per difendermi dal sole... E quelle poltrone l non
mi stendono forse i loro bracciuoli con un amabile s'accomodi? Grazie
tante, pi tardi, dopo desinare! Ma io capisco il segreto di cos
bell'accoglienza! Contadini e asini, cani e servitori, mobili e piante,
presentite tutti _(abbassando la voce)_ che il vero padrone qui sono io!
_(il servo dalla destra saluta con un profondo inchino Tullio, ed esce
dalla sinistra)_ Che cosa dicevo? E se quello l non  un imbecille, mi
manda subito la mia Luigia... Se si fosse fatta pi bella, se fosse per
giunta allegra e spiritosa, allora io non avrei pi nulla a desiderare!
Ma perch tante immeritate grazie di Dio? Perch io ho la fortuna di
essere nipote di uno zio che vale tutti gli zii di America!


SCENA XII.

_LUIGIA dalla sinistra. DETTO._


LUIG. -- Tullio?

TULLIO _(aprendo le braccia)_. -- Luigia?

LUIG. _(stendendogli la destra)_. -- Con quanto piacere ti rivedo!

TULLIO. -- E io! Ma non mi dai che una stretta di mano, cuginetta sempre
pi bella, cara ed elegante?

LUIG. -- Zitto, zitto, e basti anche per l'avvenire.

TULLIO. -- Tu vuoi far star zitto un avvocato e un avvocato che ti vuol
bene? Ma non sai che quando pensavo a te non c'era pi verso di
studiare?

LUIG. -- Dimmi, pensavi spesso a me?

TULLIO. -- Ma ogni ora, ogni momento!

LUIG. -- E allora devi aver studiato benino.

TULLIO. -- Ma che studiare: avvocato si nasce.

LUIG. -- E tu sei di quelli nati apposta?

TULLIO. -- Mi lusingo che s; ma non c' merito, come a nascer sani,
belli e spiritosi..... Parlo degli uomini che lo sono!

LUIG. -- Ho capito, si nasce avvocati come si nasce modesti. Ma lascia
che avverta lo zio del tuo arrivo, e faccia servire il vermouth agli
amici tuoi e suoi.

TULLIO. -- Senti: non ho il piacere di conoscere gli amici di tuo padre;
ma se, in fatto d'appetito, somigliano ai miei, ti assicuro che non
hanno bisogno di stuzzicanti per farsi onore. Siccome poi tuo padre mi
rimanda in citt, lascia che io approfitti di questo momento per
assicurarti che nessuna delle tante cose belle e preziose che possiede
m' pi cara del tuo affetto.

LUIG. -- Del mio affetto? Ma tu parli di cosa che ancora non hai.

TULLIO _(stupito)_. -- Tu non mi vuoi pi bene?

LUIG. -- Come cugino, sempre. Ma, come aspirante alla mia mano...

TULLIO. -- Poco?

LUIG. -- Nulla.

TULLIO. --  meno che poco... Oh! Anche tuo padre mi ha detto che tocca a
me a conquistarti; ebbene, io ti far vicino e lontano una corte cos
assidua ed insistente, che se anche tu avessi il cuore freddo e duro...
come quello d'un Pubblico Ministero, bisogna tuttavia che tu venga a
quelle conclusioni che debbono formare la felicit della mia vita.

LUIG. -- Ed io ti dico subito che ho tanta stima di mio padre, che, senza
rinunziare al diritto di dire la mia opinione, lascio fin d'ora al suo
criterio il giudizio definitivo.

TULLIO. -- Ho capito. Egli far da tribunale, e senza appello;
qualcheduno si incaricher certo di contrastarmi la vittoria, e questo
far da Procuratore del Re...

LUIG. -- Pu essere!

TULLIO. -- Ma tu sola sei la Giura! E io so come si fa coi Giurati. Io
ho la mano leggera, delicata e svelta che fa bisogno per toccare i tasti
pi commoventi!

LUIG. -- Tu parli della Giura come d'un pianoforte?

TULLIO. -- Gi, mentre non  che un piano debole! Mi sentirai; sono cos
sicuro di me, che ti dico subito che la sinfonia che io suoner ha tre
parti: prima, la parte seria, andante maestoso, per persuaderti che sono
un giovane ammodo, serio quando occorre, con qualche cosa qui in mezzo
alle ciglia; parte seconda, mi bemol minore, violini colle sordine,
clarini e viole d'amore, indirizzata al cuore... prepara molte pezzuole;
parte terza, _(con un gesto)_ la stretta finale, con un prestissimo e
una corona, per te sola, invocata da tutti e due!

LUIG. -- Ebbene, io sentir la sinfonia, e, se mi commover, se mi
convincer che tu sei veramente l'uomo che corrisponde al mio ideale, lo
dir al babbo.

TULLIO. -- (Ha un ideale!)


SCENA XIII.

_GIUSEPPE, VALORI, PETRONIO, MARCOLINI e SILVESTRI dalla sinistra.
DETTI._


GIUS. -- Ma Luigia, quel vermouth? Tullio?! Qua! _(aprendogli le
braccia)_ Dignus es intrare! _(agli altri)_ Mio nipote Tullio. _(a
Tullio)_ L'avvocato Silvestri, sostituito Procuratore del Re...

TULLIO. -- (Mi  gi antipatico). Fortunatissimo della sua conoscenza.

GIUS. -- Due tuoi amici, l'avvocato Barbariccia e il signor Marcolini...

TULLIO _(con una stretta di mano a ciascuno)_. -- La fenice dei giovani
di studio, il mio fido consigliere! -- Bravo Petronio, sei stato di
parola. _(a Giuseppe)_ Penna scultoria e indipendenza a tutta prova...

GIUS. -- (Dalla grammatica...) L'ho sentito.

TULLIO. -- Un po' amico dei paradossi, ma profondo.

PETR. -- Grazie di questa giustizia.

GIUS. -- (Allora profondo quanto modesto).

TULLIO _(a Gius.)_. -- Il Marcolini colla sua esperienza mi insegner le
scorciatoie e lui col giornale mi far un po' di strombettatura: non
potrei essere pi fortunato.

GIUS. -- Scorciatoie? Strombettature sui giornali? Ma io ho fatto la mia
carriera senza tutta questa roba!

TULLIO. -- Lo credo io! La scuola classica italiana, la scuola antica,
severa, dignitosa, aristocratica. Ma allora eravate in pochi, e si
capisce, chi mi vuole, mi meriti. Ma ora che gli avvocati sono numerosi
quanto i _tram_, i tabaccai ed i liquoristi; adesso che per ogni birba
ci sono almeno due avvocati, non sono pi i clienti che debbono cercare
umilmente gli avvocati, ma sono gli avvocati che debbono dar la caccia
ai clienti, battere la gran cassa per attirare l'attenzione sopra di s,
ed arrivare a chiappare qualche merlotto!

GIUS. -- Non pigliamo le cose cos alla leggera, caro Tullio. Ci sono dei
principii intorno a cui giova intenderci e subito...

TULLIO. -- Sicuro, perch dopo desinare i principii non sanno pi di
nulla.

GIUS. -- Tu hai troppo spirito, quando non dici delle freddure, per
credere che in te mi basti l'essere nipote ed avvocato.

TULLIO. -- Oh! Farei torto a lei, a Luigia ed a me stesso.

GIUS. -- Bravo; ma senti e ricorda queste poche parole che io credo di
poterti dire dinnanzi ai tuoi amici, ai nostri amici, perch sono sicuro
che qualunque sia la loro opinione, le approveranno tutti. Noi, poveri
vecchi della generazione passata, tramontiamo in uno splendido periodo
di luce; ma non  che l'aurora di un giorno pi fecondo e senza tramonto
per la gloria della patria, se voi altri giovani, invece di atteggiarvi
ad _esprits forts_, che, senza aver fatto nulla, trattano di rettorica
le virt ed i fatti che hanno giovato a fare l'Italia, avrete ereditato
anche i nostri entusiasmi per ogni cosa che ci faccia veramente civili,
onorati e forti; se voi altri, invece di addormentarvi su glorie non
vostre, saprete preparare un avvenire, se non pi glorioso, pi virtuoso
e sapiente. A te che porti il mio nome, io non domando quale scuola
seguirai, ma carattere; non fortuna, ma costanza, e sopra ogni cosa
quella che nel nostro paese  ancora tenuta in pregio pi dell'ingegno e
della fortuna, l'onest: ora a te il convincermi del valore e della
virt dell'avvocato, anche ad una prima causa, a te il meritare colla
mia la stima e l'affetto della mia Luigia! _(lo abbraccia)_

GLI ALTRI _(meno Luigia)_. -- Bene! Bravo!


SCENA XIV.

_PROSPERA dal fondo. DETTI._


VAL. -- Le sue parole le vorrei scritte sulle pareti delle scuole, delle
officine, delle caserme, come sui muri delle piazze!

GIUS. -- Tu sei un adulatore!

PROSP. -- Scusi se interrompo, quel signore che  venuto stamattina,
quello che cercava di suo nipote, vorrebbe dire una parola all'avvocato
Barbariccia.

PETR. -- Eccomi. _(esce con Prospera dal fondo)_

GIUS. _(a Tullio)_. -- Riparo ad una dimenticanza grave: il signore, uno
dei miei migliori amici,  il cavaliere Valori, un soldato valoroso ed
un industriale modello...

VAL. -- Ora sei tu l'adulatore!

TULLIO. -- Lo zio ha ragione: mi ricordo quanto dissero di lei i giornali
allora che fu ad un pelo di essere ucciso, dopo di essere derubato,
senza contare il pericolo di bruciare colla sua officina! Che birbone,
che fior di canaglia quel mascalzone che s'era preso fra i suoi
lavoranti!

VAL. -- La ringrazio del suo interesse; ma a che questo processo, dal
momento che l'imputato si  reso contumace?

TULLIO. -- Contumace? (O che bell'asino!)

VAL. -- Mi dar un grave disturbo, nient'altro. E se anche il reo sedesse
sul banco degli accusati, non mi meraviglierei di essere fatto segno a
qualche pubblica insolenza, visto lo abuso del diritto di difesa che si
fa da qualche avvocato.


SCENA XV.

_Un SERVO dalla sinistra. DETTI._


IL SERVO. -- Se vogliono intanto restare serviti del vermouth, 
preparato in sala, dove ho fatto accomodare gli altri invitati. Fra
dieci minuti si dar in tavola.

GIUS. -- Signori... Tullio, porgi il braccio a Luigia... A proposito,
l'abuso della difesa spero non apparterr alla scuola dell'avvenire?

TULLIO. -- Oh! Scuola vecchia o scuola nuova, se l'avvocato non s'inspira
alla coscienza...

SILV. -- Pu magari servire tutte le ambizioni, diventare deputato e
ministro...

TULLIO. -- _(fissando Silvestri)_ Sicuro; ma la sua eloquenza non sar
che la civetteria della menzogna...

SILV. -- Il trionfo della ciarla.

TULLIO. -- Bravo e grazie di questo compimento delle mie idee... (Quanto
mi  antipatico!)


SCENA XVI.

_PROSPERA, PETRONIO e BOBI dal fondo. DETTI._


PETR. -- Un momento, Tullio, un minuto solo per un affare urgentissimo.

TULLIO. -- Ma non si potrebbe differire dopo pranzo?

PETR. -- No; si tratta probabilissimamente di un cliente coi fiocchi.

SILV. -- Posso offrire il mio braccio alla signorina?

GIUS. -- Certamente... _(a Tullio)_ Ma spicciati... _(agli altri,
avviandosi)_ Mi duole che non possa essere fra noi anche il nostro bravo
deputato Alessandri, e che pur troppo non ci sia oramai pi
speranza..... _(a Tullio)_ Non perder tempo..... _(esce con Valori, dopo
Silvestri e Luigia, dalla sinistra)_.

PROSP. -- Il deputato Alessandri, ma non lo dicano a tavola,  morto in
questo momento. _(si avvia verso la sinistra)_

TULLIO. -- Allora questo collegio  vacante!

PROSP. _(volgendosi agli altri)_. -- Per poco! Per poco!

PETR. -- Lei sa chi vi si porter?

PROSP. -- Altro che lo so! Lo si dice da tutti: dall'avvocato Silvestri,
un giovane proprio per la quale, a cui tutti vogliono un bene
dell'anima!

TULLIO _(ridendo)_. -- Pensiamo: il sostituto Procuratore del Re!!

PROSP. -- E con questo? Se mai ci fosse qualcheduno che volesse farsi
sotto, gli dicano che perder il tempo e le spese, perch l'avvocatino
piace agli uomini e alle donne; e quando si piace anche alle donne,
significa che s'ha dalla sua tanto i santi lass... che i diavoli
laggi. _(esce dalla sinistra ridendo)_

TULLIO. -- Io temo di capire!

PETR. -- E io ho bell'e capito. Il Silvestri si far facilmente un
onorone nel processo Valori, e sar eletto.

TULLIO. -- Ma se io contassi sull'influenza di mio zio?...

PETR. -- Per approfittarne bisognerebbe passare armi e bagaglio nel suo
campo, che  il campo conservatore, il campo del Silvestri; ma allora io
ti pianto e ti combatto, e ad ogni modo la tua carriera  bell'e
suonata. Se tu invece potessi stargli a fronte nel _dbat_ Valori,
_debutteresti_ clamorosamente, ed io ti sosterrei, tanto attaccando ogni
giorno il Silvestri, quanto facendo la tua apologia, e cos il nostro
rivale, sia in tribunale, quanto in collegio elettorale, finirebbe per
essere completamente _ecrasato_!

TULLIO. -- Ma che _ecrasato_, se l'imputato  contumace e sar difeso di
ufficio! E sai che cosa temo io dopo le parole di quella donna? Che il
Silvestri aspiri anche lui alla mano di mia cugina, s; e cos io corro
il pericolo di perdere, non solo l'elezione a deputato, ma anche la mano
di Luigia, colla eredit dello zio... E l'imputato  contumace! Oh il
malfattore volgare! Oh lo stupido brigante cretino!!

PETR. -- O la triplice quintessenza d'imbecille che perde l'occasione di
scapolarsela con una miseria di condanna!

BOBI _(facendosi in mezzo a loro, guardingo, sottovoce)_. -- E se andasse
invece a costituirsi?

TULLIO. e PETR. _(sbalorditi)_. -- Lei lo conosce?

BOBI. -- Un momento. Sanno che ha fatto Bobi Lascifare?

TULLIO. --  imputato di incendio, furto e tentato omicidio: una stupenda
causa.

BOBI. -- E se non si presenta al _divertimento_, sarebbe condannato?

TULLIO. -- Con tutto il rigore della legge, tanto che se scampa alla pena
di morte, non scampa certo alla reclusione a vita.

BOBI. -- Mondo... bello! Il gioco  grosso...

PETR. -- Ma se si presenta, assistito da un avvocato come lui, una
miseria, seppure non  l'assoluzione, il trionfo della innocenza!

BOBI. -- Innocenza? Troppo lusso! E costa troppo!

TULLIO. -- Che costare d'Egitto! Ma neanche un soldo! Non ha capito che,
a premio della mia vittoria, ci sarebbe la mano d'una ricca e bella
fanciulla, l'elezione a deputato, e una pingue eredit? Ma che cosa
vuole che io faccia di qualche centinaio di lire?

PETR. -- Fa meglio: se egli conosce Bobi, sa dove pigliarlo e lo induce a
costituirsi senza perder tempo, fagli un bel regalo.

TULLIO. -- Giusto: io dar a lei quanto avrei domandato a Bobi se la sua
sorte non fosse legata alla mia ambizione ed alla mia felicit.

BOBI. -- Allora qui, due parole all'ufficiale dei carabinieri quassotto,
per raccomandare... che mi trattino bene.

TULLIO. e PETR. --  lei?!

BOBI. -- Si dice!

PETR. -- Scrivi!

TULLIO. -- Subito! _(scrive)_

BOBI. -- E rimane inteso, in tribunale negher tutto.

TULLIO. -- No; confessa tutto, o sei perduto! Ma ti rivedr in prigione
domani... Ecco la lettera... Un momento... Quando mi vedrai trarre di
tasca la pezzuola per soffiarmi il naso, secondami in tutto e per tutto!

BOBI. -- Inteso. Vado gi... al fresco. Mi piace quella caserma... 
ariosa e allegra... E poi per pochi giorni!... Mi figurer di essere
all'ospedale.

TULLIO _(sentendo venir gente)_. -- Via subito!

BOBI. -- _(Saluta, si mette il cappello sulle ventiquattro..... finta
uscita)_ Scusino, che c'hanno dei sigari loro?

TULLIO. -- Ecco i miei, eccoli tutti.

PETR. -- Ed ecco anche la scatoletta dei zolfini.

TULLIO. -- Non ti occorre altro?

BOBI. -- Quello che m'ha promesso, il trionfo, niente altro.

TULLIO. -- Nient 'altro!.. Ma non perder tempo.

BOBI. -- Vado! _(acceso il sigaro, li saluta confidenzialmente, e s'avvia
al fondo colle mani in tasca, come se andasse a festa -- e poi, dal
fondo, rivolgendosi)_ -- Oh! Che parleranno di me i giornali?

TULLIO. -- Tutti!

PETR. -- Ti far fare anche il ritratto!

BOBI. -- Allora bisogna dire che l'ho proprio trovato il mio avvocato,
mondo cane! _(esce dal fondo zufolando)_

TULLIO. -- Bada che, se non corri, ti morde!

PETR. -- Tullio?

TULLIO. -- Petronio?

PETR. _e_ TULLIO _(fuori di s dalla gioia, abbracciandosi, con uno
scoppio di sonore risate)_. -- Ah! Ah!


SCENA XVII.

_GIUSEPPE, MARCOLINI, VALORI, SILVESTRI, LUIGIA e PROSPERA dalla
sinistra. DETTI._


GIUS. -- Quel signore  forse un cliente?

TULLIO. -- S, un cliente che debbo all'amico, il migliore dei clienti:
quello che mi aprir ad un tempo il tribunale, il Parlamento _(con
galanteria a Luigia, pigliandola a braccetto)_ e il paradiso!

GIUS., MARC., VAL. -- Bene! Bravi!

          (Suono di campana dalla sinistra: si avviano tutti a
            sinistra per uscire)

PROSP. -- A tavola! A tavola! _(cala il sipario)_


FINE DEL PRIMO ATTO.




ATTO SECONDO

Gran sala della Corte d'Assise, di aspetto maestoso ed imponente, con
galleria accessibile al pubblico, a destra. In fondo il banco dei
giudici, alquanto pi elevato del banco dei giurati che sta a sinistra.
-- A filo di sipario: a sinistra il banco del Pubblico Ministero: a
destra, di faccia al Pubblico Ministero, quello della difesa; pure a
destra, ma pi verso il proscenio e accosto alla prima quinta, siede
l'accusato. A sinistra, dietro la difesa, seggiole per Valori, Prospera
e Luigia. -- Sui banchi l'occorrente per iscrivere, bottiglie d'acqua e
bicchieri. -- Un campanello e alcuni libri su quello del Presidente. -- 
giorno.


SCENA I.

_Il PRESIDENTE, QUATTRO GIUDICI, ed il CANCELLIERE al banco di
prospetto, l'USCIERE fra i Magistrati e la galleria; i GIURATI fra cui
GIUSEPPE e GEREMIA al loro posto; PROSPERA e LUIGIA sedute fra i Giurati
e il Pubblico Ministero; SILVESTRI al suo posto; VALORI seduto fra
Silvestri ed il centro della scena alla ribalta; TULLIO al suo posto di
avvocato della difesa; BOBI sulla scranna dell'accusato fra due
CARABINIERI; MARCOLINI e PETRONIO nella galleria affollata di curiosi._


SILV. _(in piedi, continuando il discorso)_. -- Signori Giurati, la
concorde unanimit delle testimonianze rende breve e facile il mio
compito. -- La sorte ha dato all'accusato quanto  necessario per rendere
la vita felice ed onorata, poich egli ebbe dalla famiglia
quell'educazione del buon esempio che possono dare ricchi e poveri,
dalla societ tutti gli agi d'istruirsi che la civilt diffonde ora
nelle classi meno agiate, e dalla natura infine quella robustezza che
dopo la volont del lavoro  il pi prezioso tesoro del popolo. Dalle
informazioni raccolte dalla Sezione d'accusa noi vediamo invece che
l'obbligo della coscrizione lo trova a vent'anni nemico della casa,
della scuola, del lavoro. Ma la scuola del soldato potrebbe forse avere
qualche effetto sopra un essere che il vizio e la beffa triviale di ogni
cosa rese insensibile ai sentimenti della famiglia e della patria? Non
c' quindi da fare le meraviglie se la sua vita militare passa quasi
tutta fra l'ospedale e la sala di disciplina; se appena congedato egli
cerca subito in uno dei cento mestieri senza fatica con cui si maschera
presso di noi la mendicit, un pretesto al suo beato non far nulla.
Vivere in istrada equivale ad avviarsi al banco di un tribunale, e noi
ve lo abbiamo gi trovato sotto l'accusa di essersi appropriato un
oggetto prezioso.

BOBI. -- L'aveva trovato!

PRES. -- Aspettate a parlare che siate interrogato.

SILV. _(continuando, mentre Tullio piglia di quando in quando un
appunto)_. -- Liberato dal carcere per mancanza di prove sufficienti,
egli muta aria, non vita, e chiede l'elemosina fingendosi vittima del
lavoro. Il cavaliere Valori ne ha compassione, e ne fa un operaio. Ma il
lavoro non migliora, anzi irrita e rattrista l'accusato, il quale alla
prima parola di rimprovero si ribella al suo benefattore, lo minaccia e
coglie l'occasione d'uno sciopero provocato da un industriale perfido ed
invidioso, per spingere i compagni ad un delitto. Cacciato invece
dall'officina, voi avete sentito come egli approfitti di quei momenti di
disordine per penetrare di notte tempo dal magazzino dei legnami nello
studio del principale con iscalata ed effrazione di una finestra, per
rubarvi la cospicua somma di lire settemila, che questi aveva a sua
saputa ricevuto nella giornata dallo zio cavaliere Egisto Vespucci; come
sorpreso dal principale istesso, in luogo di fuggire, chiudendo a
catenaccio la porta, egli lo aspetti al varco per colpirlo con una
sbarra di ferro coll'evidente intenzione di ucciderlo; e infine come
egli dia il fuoco al magazzino dei legnami sia per compiere la sua
infernale vendetta, sia per nascondere sotto le rovine dell'officina i
suoi delitti. Ma al subitaneo divampare delle fiamme accorrono gli
operai, i quali non giungono ad arrestare l'accusato, ma lo riconoscono
tutti. -- Signori Giurati! Poich le informazioni della Sezione di accusa
e le concordi deposizioni di tutti i testimoni non lasciano dubbio sulla
sua reit, io concludo. La disciplina civile, malgrado la diffusione del
sapere,  scossa nelle sue fondamenta, e mentre i pi reputano che la
libert sia licenza, un'indulgenza malintesa minaccia di far smarrire il
criterio del bene e del male. Solo argine resta, o signori Giurati, la
legge, sicura guardiana di quell'ordine che  la libert di tutti; e
perci io faccio appello alla vostra coscienza ripetendo coi Romani
della repubblica: _lex, suprema lex_, e coi democratici dell'antica
repubblica fiorentina: _Chi rompe, paghi!_ _(siede)_

MARC. _(sottovoce agli altri spettatori)_. -- Debole, debole...

PRES. -- Accusato, alzatevi. Avete da dire qualche cosa in vostra difesa?

BOBI _(in piedi)_. -- L'ha da sapere come qualmente io sia sempre stato
uno de' pi benemeriti giuocatori di lotto. E lo faceva, come  vero...
me, per vantaggiare il governo, e quei denari con cui piantai il banco
dopo che mi licenziai dalla fabbrica, erano giusto la vincita d'un
terno... N'ebbi dispiacere davvero per il governo; ma d'altronde a non
riscuoterli poteva averselo a male.

PRES. -- Cos avete detto nell'istruttoria; ma c' un guaio, ed  che s'
riscontrato che quel terno non fu estratto da diciassett'anni.

BOBI. -- Sar stato un ambo.

PRES. -- Colla vincita d'un ambo non si mette banco, o per dire come va
detto, non si fa lo strozzino.

BOBI. -- Mi meraviglio, signor Presidente; cogli impiegati, e qualcheduno
di loro lo sa...

PRES. -- Tirate via.

BOBI _(continuando)_. -- ... mi contentava del tre per cento.

PRES. -- Al mese.

BOBI. -- Che doveva pretenderli al giorno?

PRES. -- Basta su ci. Dunque negate i vostri delitti? _(Tullio si soffia
il naso)_

BOBI. -- Le dir... sono innocente... in fondo. _(Tullio si soffia il
naso pi forte)_ Ma si capisce, nei giorni di rivoluzione pu capitare a
tutti di aprire una finestra credendo di entrare in casa sua... Nella
confusione si butta via uno zolfino acceso senza badare dove ti va a
cascare... Nei cambiamenti di padroni non si sa pi quello che  il suo,
e si d al Valori quello che era diretto al Faustini; quello che ci fece
fare lo sciopero e poi ci piant, figlio d'un cane, senza salvare il
babbo!

PRES. -- Badate come parlate e dove vi trovate!

BOBI. -- Mi scusi; m'ha messo di malumore lo stare tante ore su questa
panca... (che venga il bene a chi l'ha fabbricata!) Dunque l'ha visto
che la colpa, con rispetto parlando,  del governo che ha lasciato fare
quella rivoluzione.

PRES. -- Ma come potete avere scambiato il Valori se nell'atto di
assalirlo vi scapp di dire: ah! ti colgo finalmente cavaliere! Ci che
fa anche premeditato il vostro delitto...

BOBI _(con vivacit)_. -- Per premeditato no davvero, perch fin dal
primo d dello sciopero glielo dissi sul muso che me l'aveva da pagare!
_(sensazione nel pubblico e nei Giurati)_

VAL. --  vero!

BOBI _(guardando Valori)_. -- Oh, scusi, non l'aveva visto... Mi pare
andato un pochino a male, sa?

PRES. _(a Bobi)_. -- Volete tacere?

BOBI. -- Gli era il mio principale, gua'!

PRES. -- Il Pubblico Ministero crede di dovere aggiungere qualche parola
all'esplicita dichiarazione dell'accusato?

SILV. _(si alza)_. -- Poich l'accusato conferma da se stesso l'accusa e
le testimonianze, non solo crederei inutile ogni altra mia
considerazione, ma altamente offensiva al senno dei signori Giurati, i
quali non hanno pi alcun motivo di esitazione nel giudizio de' fatti.
_(siede)_

PRES. -- La parola  ora all'onorevole avvocato della difesa. _(Petronio
e Marcolini zittiscono per far silenzio)_

TULLIO _(in piedi)_. -- Signori Magistrati! Signori Giurati!

PETR. -- Che bel _timbro_!

TULLIO. -- Non  senza una viva emozione che io faccio sentire per la
prima volta la mia voce in questo sacrario della giustizia. La prima
volta che un uomo trov in s tanta eloquenza da salvare il diritto
impotente ed oppresso, quell'uomo si chiam avvocato. La trover io per
difendere un imputato che  anche confesso? S, onorevoli signori; ma a
condizione che voi sappiate spogliarvi di ogni preconcetto sociale, non
restando altro che uomini di cuore. -- Il Pubblico Ministero non poteva
fare che il suo mestiere, ed ogni sua parola, siccome convenzionale, non
pu essere che un pretto non senso, per non chiamarla menzogna.

SILV. _(al Presidente)_. -- Io la prego di richiamarlo all'ordine.

TULLIO. -- Ma non l'ho chiamata menzogna, non la chiamo; e se incomincia
coll'interrompermi...

PRES. -- All'ordine... all'ordine.

TULLIO. -- Chiarissimi signori Giurati, non occupiamoci adunque che del
ben pi interessante individuo che vi sta dinanzi. Guardiamolo
coll'occhio della scienza. Il nostro celebre alienista ha dichiarato che
 un individuo degenerato: si capisce,  nato da padre bevitore e
stravagante. Aveva uno zio idiota ed un fratello morto probabilmente di
epilessia. C' gente che assicura abbia avuto un cugino pazzo. Ad ogni
modo guardatelo: ha il cranio carenato cogli zigomi come i giapponesi e
un'assenza assoluta di ogni gibbosit frontale e parietale. Un vero
idiota microcefalo. Ama Valori e lo ferisce: amnesa: pigrizia, primo
carattere dei delinquenti nati; mancanza di affetti, secondo; pensa ai
giornali, vanit delittuosa! Quest'uomo agisce adunque secondo l'istinto
naturale, e per lui non pu esistere n il bene n il male. -- E la prova
della mia asserzione, la prova della scienza sapete chi ve la favorisce?
Non par vero, lo stesso Pubblico Ministero! Difatti egli ci assicura che
fin da bambino Bobi sfugge la scuola, e adulto passa la notte in giro.
Ma perch non ha voglia d'andare a scuola? Perch intuisce che nella
scuola non si pu imparar nulla, mentre ognuno pu imparare dal sole che
la vita  luce e non ombra, e dalla natura che l'uomo vuol essere libero
e felice. Ah! sicuro, il Pubblico Ministero, nella ristretta cerchia
delle sue idee da pedagogo, preferirebbe ch'egli alla sera frequentasse
le scuole serali! Ma quale insegnamento possono esse dare che sia
superiore allo spettacolo delle armonie sideree, dalla stella che fila
alla nebulosa che svanisce? Nessuno, e perci egli va coraggiosamente a
spasso, impiantando cos le prime fondamenta al principio: _libero
scolare in libera ignoranza!_

PRES. -- Un momento, signor avvocato. Mi duole di doverla avvertire che
se per caso volesse avviarsi a fare l'apologia della colpa, mi vedrei
obbligato a toglierle subito subito la parola.

TULLIO. -- Oh! Dio me ne guardi, illustrissimo signor Presidente! Io mi
contento di schiarire colla scienza e colla filosofia i misteriosi e
fatali traviamenti dell'uomo, di far rilevare tutt'al pi le aberrazioni
della legge. Cos io domando al suo rappresentante: perch avete
strappato ai suoi trasporti di vergine poeta il simpatico adolescente
ribelle? Per farne un soldato, per difendere la libert e la patria, mi
risponde la legge! Ecco la sua logica; per difendere la libert gli
toglie la libert, ed a quest'uomo che ha per patria il mondo intero,
impone la sola Italia! E quando dal crepacuore di fare il soldato
ammala, lo mette in prigione, e quando ha ricuperato la sua libert,
chiama vagabondaggio le inconscie divagazioni del corpo e della mente; e
quando oppresso dalla persecuzione china a terra la fronte e raccatta
macchinalmente ci che la spensieratezza ha perduto o buttato, subito lo
accusa di essersi appropriato..... che mai?... la corona di Carlomagno?

BOBI. -- Un pomodoro!

SILV. -- Un pomo d'oro!

TULLIO. -- Bella differenza! Un pomo d'oro! Come se chi fa i pomi d'oro
potesse mai riuscire a fare un pomodoro! Ma non vi basta calunniarlo,
tenerlo prigione senza prove, voi gli impedite di approfittare della
pubblica carit, per ridurlo cos sfinito e disperato che gli paia unica
salvezza buttarsi a capofitto in quella negra bolgia che  l'officina!

PETR. e MARC. -- Bene! Bravo!

USCIERE. -- Silenzio!

TULLIO. -- Egregi signori Giurati, credete forse che la societ, che la
legge sia soddisfatta? Mai pi! Non avete sentito che l'accusato aveva
poca voglia di lavorare? Come se ognuno di noi tutti, eccettuato il
Pubblico Ministero, tutte le volte che ha da mettersi al lavoro non
sentisse dal profondo dell'istinto una voce potente che lo avverte che
l'uomo non  proprio fatto per sgobbare, ma per godere, per andare a
spasso!

BOBI. --  vero, perdinderindella!

PRES. -- Zitto!

TULLIO. -- Eppure la bont della sua indole  tanta che si piegava senza
fiatare a sproporzionate fatiche...

VAL. -- Tirava il mantice, mi faccia il piacere!..

TULLIO. -- ... e colla maestria della sua opera porgeva al suo principale
il mezzo di scialarla nelle orgie e nei tripudii.

VAL. _(scattando con impeto)_. -- Io protesto!..

PRES. -- Non interrompa, di grazia, parler a suo tempo. _(Valori siede)_

TULLIO. -- Il Pubblico Ministero ha detto che l'innocenza  una
chimera...

SILV. -- Non  vero!

TULLIO _(continuando senza badargli_). -- ed io gli rispondo che  il
delitto una chimera!

PRES. -- Ma avvocato!

TULLIO. -- Io mi difendo dagli attacchi del Pubblico Ministero; dice che
io nego i fatti!

SILV. -- Non  vero, non ho mai detto questo!

TULLIO. -- Ma stava per dirlo, mentre io dai fatti istessi traggo
argomento a negare il delitto.

PRES. -- Ma se ha confessato!

TULLIO. -- E sia pure: quest'infelice si  appropriato qualche cosa...

VAL. -- Qualche cosa, settemila lire!

PRES. -- Ah! mi vedr obbligato a sospendere la seduta, signori! _(suona
il campanello)_

TULLIO. -- Settemila lire, s; ma si sarebbe contentato di meno assai; ma
era allo scuro, la somma in biglietti... che potevano non essere tutti
buoni. Ma perch ha rubato? Vede, signor Presidente, che io non faccio
l'apologia della colpa; potrei dire sottratto, distratto, distolto,
radiato, e dico rubato! Per compensare la perdita del pane che il
padrone gli fa subire cacciandolo dall'officina... _(moto di Valori_) Un
momento egli ha rubato di notte, obbietta il Pubblico Ministero...

SILV. -- Se non obbietto nulla!

TULLIO. -- Ma vuole obbiettare, glielo si legge in viso che vuole
obbiettare... ed io gli rispondo subito che la circostanza della notte
prova che l'accusato arrossiva per la societ di dovere essere costretto
a fare allo scuro il suo atto di riparazione! Ma  entrato per la
finestra, riobbietta la legge, ma egli ha dato la scalata, ma egli ha
rotto! Altre tre bellissime scoperte! Gli si fa una colpa d'essere
entrato per la finestra, un'altra perch la finestra  chiusa, ed una
terza perch la finestra non era a livello del pavimento! Non era
meglio, chiarissimi signori Giurati, dire che egli non sarebbe passato
per la finestra se la diffidenza sociale non avesse chiusa la porta; non
avrebbe lasciato cadere uno zolfino acceso per fare scomparire le tracce
della riparazione, se non ci fosse ancora il pregiudizio della
propriet; non avrebbe strapazzato il suo principale se questi non
l'avesse provocato colla pretesa del lavoro, della famiglia, dell'ordine
e di ogni altro castigo ed inciampo sociale?

PETR. -- Bene!

MARC. -- Bravo!

VAL. -- Protesto!

BOBI. -- Bravissimo! _(vivi applausi dalla galleria)_

USCIERE. -- Silenzio! silenzio!

PRES. _(agitando violentemente il campanello)_. -- Silenzio, faccio
sgombrare le gallerie senz'altro! _(a Tullio)_ Mi duole doverle dire che
viene meno alle sue promesse, e se crede di poter continuare su questo
tono, s'inganna a gran partito...

TULLIO. -- Illustrissimo...

PRES. _(troncandogli la parola)_. -- Lasci parlare il cavaliere Valori! E
lei, mi raccomando, nessuna discussione!

VAL. _(si alza: con calore e risentimento)_. -- Non sono avvocato io; e
mi basta dire al signore che il suo protetto non fu cacciato da me, ma
da' suoi compagni, solennemente, siccome indegno del nome di operaio;
che io non ho mai obbligato nessuno a lavorare, e che la gran
maggioranza dei nostri operai trova la propria felicit, non il castigo,
nel lavoro e nella famiglia. Le mie orgie ed i miei tripudi li metto in
conto della sua facile retorica; quanto a quello che posseggo sappia che
mi  caro perch  il premio della mia attivit, e che lo difenderei
come difenderei il mio onore e la mia famiglia, come ho difeso il mio
paese. _(siede)_

PRES. _(a Silvestri)_. -- La parola  al Pubblico Ministero.

SILV. _(in piedi)_. -- L'onorevole signor avvocato della difesa mi
attribuisce un monte di cose che non ho mai sognato di dire.

TULLIO. -- Mi d forse del mentitore? Lo richiami all'ordine!

PRES. -- Vuole compiacersi una volta di non interrompere?

SILV. -- Non mi arrester quindi, o signori Giurati, a soffiare sopra un
castello di carte che va gi da s...

TULLIO _(al Presidente)_. -- Sente? sente?

PRES. _(a Tullio)_. -- Ma vuol lasciar parlare un pochino anche gli
altri?

TULLIO. -- Allora dica che la difesa deve tacere.

PRES. -- Sicuro, quando ho dato ad altri la parola! E mi meraviglio che
la prima volta che si fa sentire in tribunale si voglia arrogare il
diritto di regolare la discussione.

TULLIO. -- Mi perdoni, ma le faccio osservare...

PRES. _(a Silvestri)_. -- Ma che fa lei, aspetta forse che lui stia
zitto?

SILV. _(che  sempre rimasto in piedi)_. -- Tutte le divagazioni della
difesa, io diceva...

TULLIO _(al Presidente)_. -- Vede? vede?

PRES. _(a Silvestri)_. -- Tiri via per carit o non si finisce pi!

SILV. _(continuando)_. -- Non possono mutare i fatti. Qui ci sono due
uomini: uno che ha fatto molto male, ed uno che ha fatto molto bene. Si
pu assolvere il primo senza ferire la giustizia e scoraggiare quanti
fanno il bene? Tutta la questione  qui! C' qualche cosa di pi
semplice? Ebbene, nossignori, non  cos; anzi colla nostra felice razza
latina  tutto l'opposto. Cerchiamo cento persone oneste, intelligenti e
tanto coraggiose da difendere, anche con pericolo della vita, la
propriet del loro orologio, e mettiamole assieme per giudicare un
ladro, un falsario, un assassino; ebbene, appena debbono far rispettata
la legge che pure tutela anche il loro orologio, queste brave persone,
cos terribili nel loro caso particolare, mi diventano subito subito
miti, misericordiose, indulgenti sino all'assoluzione di ogni pi atroce
delitto; e cos un cantore di canzonaccie da trivio pu passare per il
vergine poeta, un poltrone vigliacco per un fiero campione di libert; e
la vittima non  pi chi ha toccato il danno e le busse, la vittima non
 pi il morto od il ferito -- quello diventa il provocatore -- la vittima
 il grassatore,  il povero assassino!

TULLIO. -- Non insulti alla sventura!

SILV. -- Gli  appunto perci che non vorrei che s'insultasse neanche la
gente onesta e laboriosa che arricchisce la patria e la difende sui
campi di battaglia, lieta ed orgogliosa dei suoi sacrifizi, per mettere
invece sul candeliere gli eroi del trivio, i martiri del vizio! Ah!
sarebbe davvero una cosa da ridere questo travolgimento di criteri, se
non accennasse a mancanza di convinzioni, se non avessimo vicino
l'esempio di ci che ha fruttato ad una nazione gloriosa e potente la
derisione di ogni fede e disciplina!

GIUS, _e_ VAL. _(ad un tempo)_. -- Bene! Bene!

MARC. _e_ PETR. -- _(zittiscono)_

SILV. -- Signori Giurati, io non posso adunque concludere che rammentando
a voi come il reo abbia confessato i suoi delitti, e domandando ai
signori Magistrati la sua condanna a venticinque anni di lavori forzati.
_(siede)_

TULLIO _(scattando con impeto_). -- Venticinque anni in questi tempi in
cui tutto dura cos poco?

PRES. _(ironico)_. -- La parola  alla difesa.

TULLIO _(siede e si rialza)_. -- Nell'epoca del vapore e del telegrafo,
in cui tutto va e corre, condannerete un uomo a restare venticinque anni
inchiodato in un bagno, per un momento, per tre momenti di aberrazione,
per cause morbose, per tre momenti di pazzia ragionante?

MARC. -- Udite! Udite!

TULLIO. -- Dei pazzi ce n' di due sorta, a farla corta: pazzi da
ospedale, e pazzi, o preclarissimi signori Giurati, rimasti a mezzo. Ma
anche a noi savi -- modestia a parte -- occorre il momento in cui il
cervello va a spasso. Difatti chi di noi non  stato pazzo per un
momento della sua vita, di quella pazzia che non esclude la
consapevolezza dei suoi atti, ma ci trascina irresistibilmente ad azioni
contrarie al patto sociale? E se in quel momento fatale noi non abbiamo
commesso un delitto, chi pu dire se sia per difetto di occasione o
d'intenzione? -- Ma consentite, egregi signori, che io vi parli senza
alcun velo, come se parlassi dinanzi al tribunale della mia coscienza.
Ora io m'interrogo se non ho mai bramato di appropriarmi, senza licenza
dei superiori, qualche cosa altrui, da un libro curioso ad un prezioso
gioiello, dalla donna seducente alla gloria pi inebbriante..... Ebbene,
che non lo senta neanche l'aria, s, ne ho bramata parecchia della roba
altrui..... ne bramo ogni giorno..... ogni ora..... ad ogni sguardo!
Lasciamo stare i libri e le donne che, senza furto, possono ormai
appartenere a due..... ed anche a tre!.... Parliamo di altre cose.....
di gioielli, parliamo di diamanti. Nessuno di noi quanti siamo pu
negare che tutte le volte che si ferma la sera dinanzi all'abbagliante
vetrina di un noto gioielliere, non subisca l'irresistibile fascino di
quel gran brillante che gli proietta addosso i mille raggi delle
sfaccettature, quasi per tentarlo, anzi appunto per tentarlo.
Colendissimi signori Giurati, perch non si va per i fatti nostri e si
resta l piantati collo sguardo fisso, quasi senza respiro, per paura
che l'alito veli la visione? Si ammira... si ammira... e poi, senza
accorgersene, si comincia a desiderare! Ora supponete che, proprio al
punto in cui dal desiderio platonico si passa alla brama irrefrenabile,
al punto in cui si  assaliti da un accesso di quella pazzia che non
impedisce di ragionare, una potenza magica faccia scomparire il
cristallo della vetrina, la gente dalla via ed i garzoni dalla bottega:
ditemi un po', la mano che abbiamo stesa macchinalmente verso quel
grosso brillante che si vorrebbe mettere in dito alla dama dei nostri
pensieri, che cosa farebbe questa mano quando non trovasse pi il
cristallo della vetrina e si fosse certi di non essere visti da anima
nata? _(azione di chi, assicuratosi che nessuno lo guardi, prende ed
intasca rapidamente un oggetto)_ Alto l! _(afferrando la destra colla
sinistra)_ in nome della legge vi arresto..... m'arresto..... ci
arrestiamo tutti! Ah! Ah! Vedete che  impossibile fare la requisitoria
di noi istessi!

PETR. _e_ MARC. -- Nuovo! Ardito! Sublime!

SILV. -- Ma in ogni caso la nostra mano si ferma al cristallo della
vetrina e non lo rompe come l'accusato ha fatto della finestra!

TULLIO. -- Bel merito, quando la vostra mente vi avverte che ci
costituisce un delitto, quando voi sapete che dei diamanti non ce ne
possono essere per tutti! Invece questo infelice che sa della legge? Che
cosa capisce? Non basta guardarlo per convincersi che non ha coscienza?
Sarebbe egli cos fresco e rubicondo, se sentisse il rimorso dei suoi
delitti? Non ha rimorsi, e questa  la pi bella delle circostanze
attenuanti, perch egli  l'uomo tipo della natura discendente in linea
retta dalla scimmia, senza coscienza del bene e del male, e se io mi
sbaglio, egli  ad ogni modo un cretino.

BOBI. -- (Cretino?)

TULLIO. -- Ora che colpa ha lui se per la cattiva nutrizione che gli
fornisce la societ, il suo cervello manca di fosforo, di materia
grigia? Chi sa se nutrito di filetti ai tartufi questo cretino non
sarebbe un genio?

BOBI. -- (Se vogliono provare, io ci sto!)

PRES. -- Non divaghi dalla questione, e non dimentichi sopratutto che
l'accusato ha sempre goduto di tutte le facolt dell'intelletto, ma non
se n' mai servito che per fare il male!

TULLIO. -- E allora condannatelo, _(controscena di Bobi sino al fine del
dibattimento)_ consacratelo vittima espiatoria agli Dei spietati della
giustizia inflessibile! Egli  ribelle alla societ, e voi, per
riconciliarvelo, legatelo come una belva! Una fiera tempesta ne agita il
cuore e la mente, e voi, a calmarla, non gli spettacoli della natura e
le arti divine che rasserenano la vita invocate, ma le tenebre e la
solitudine! Egli non sente dignit, e voi, perch la senta, vestitelo di
sargia! Egli non apprezza la vita degli altri, e voi avvelenate la sua!
Sta bene:  vostro diritto: via dalla societ questo membro infetto!...
tagliatelo!... buttatelo!... -- Ma badate, o Giurati egregi, di
cancellarlo anche dalla memoria! Badate che forse non potrete
dimenticare mai pi che, per volont vostra, mentre amate, giuocate,
ridete, dormite, c' un uomo che non ama, che non ride, che non dorme
pi! Voi vorrete cacciare questo pensiero importuno col pensiero pi
caro, con quello della famiglia; ed ecco che la sua imagine vi appare
come per una fantasmagoria sul volto degli amici, dei figli, della sposa
istessa! Ah,  troppo! E voi chiudete gli occhi per troncare l'orrenda
visione..... e allora sentirete fra le voci altrui... nell'aria... fra i
suoni pi discordi... una nota persistente, lamentevole, come un sospiro
represso, un grido, un singhiozzo lontano... la nota _(accenno di Tullio
a Bobi)_ della disperazione! _Basta!_ esclamerete, _basta! mi sono
sbagliato! sono stato troppo severo! non  colpevole!  innocente!_ Ma,
orribile a pensarsi, la legge vi risponder: _ tardi!_ Dunque questo
supplizio senza nome e senza riscontro nelle bolgie Dantesche, il
supplizio del Giurato che condanna durer quanto il suo martirio? Si!
_Venticinque anni_, lo avete voluto voi! E finiti questi, quando credete
di poter respirare, chi vi assicura che la prima volta che uscirete di
casa non lo vedrete venire verso di voi... pallido... vacillante... come
uno spettro sfuggito al regno della morte? Voi vi arrestate... voi
vorreste pigliare un'altra strada, sparire, nascondervi... ma non siete
pi in tempo!... Vi ha gi visto, e il suo sguardo, acuto come una
spada, v'inchioda immobile al vostro posto; peggio, vi obbliga a
guardarlo, vi obbliga a mirare su quella fronte il marchio dell'infamia
che avete stampato voi, in quel terribile sogghigno la fatale necessit
di essere ora peggiore di prima a cui l'avete condannato voi! E voi,
atterrito, gli balbetterete: _che vuoi?_ E lui, pensando che non ha pi
la giovent, e che l'avvenire  pi orribile del passato, vi risponder
con uno sguardo, con un gesto disperato: _morte! -- No, disgraziato!
aspetta!_ voi griderete commosso: _rimedier io a tutto... provveder io
al tuo avvenire... sar per te un amico... un fratello!_ Ma lui, con
quella sua voce fioca fioca che passa l'anima: _Ora  tardi... allora ci
dovevi pensare... venticinque anni fa... Ora  tardi!_... _(volgendosi
con impeto ai Giurati)_ No, che non  tardi:  ancora l..... ma
condannatelo ancora, se ne avete il cuore, condannatelo!!

          (Si asciuga il volto colla pezzuola e si abbandona sul
            banco sfinito. -- Applausi prolungati e caldissimi dalla
            galleria malgrado i gesti dell'usciere -- Bobi simula di
            piangere).

PRES. _(interrogato con un cenno il Silvestri che nega di voler
aggiungere altro, suona il campanello, e fatto silenzio)_ -- Il
dibattimento  chiuso. Signori Giurati; _(i giurati si alzano in piedi)_
ricordandovi ancora una volta che l'imputato  reo confesso, domando
alla vostra coscienza il giudizio del fatto per mezzo di questi tre
quesiti: l'incolpato  colpevole di furto con iscalata ed effrazione? 
colpevole di tentato omicidio?  colpevole d'incendio? _(a Geremia)_ --
Spetta a lei, capo dei Giurati, raccogliere i verdetti e presentarli
alla Corte.

GER. -- Sar mio dovere: ma permetta intanto che la ringrazii dell'onore
che mi ha fatto.

PRES. -- Tiri via:  stato estratto a sorte. _(i Giurati escono dalla
sinistra)_ Signor avvocato della difesa, io mi vedo in obbligo,
qualunque sia il verdetto dei Giurati, di rimpiangere che lei abbia
esordito spendendo cos male il suo ingegno ed offendendo le nobili e
gloriose tradizioni di questa magistratura. Possano almeno le mie parole
essere ricordate in avvenire da lei e da quelli che fossero tentati
d'imitarlo!


SCENA II.

_Dalla sinistra GIUSEPPE, GEREMIA e gli altri GIURATI. DETTI._


GER. -- Sul mio onore e sulla mia coscienza il nostro verdetto  di un
voto affermativo per tutti e tre i quesiti, e di undici negativi
parimenti per tutti e tre.

          (Consegna le schede al Presidente che le riscontra e
            ritorna al suo posto).

PRES. _(a Bobi)_. -- Alzatevi. Voi avete confessato i vostri delitti, ma
i Giurati non vi prestano fede e vi mandano assolto e libero.

          (Esce dalla sinistra colla Corte, meno Silvestri e
            Tullio, che levano la toga).

PETR., MARC. _e_ SPETTATORI _(con vivissimi applausi dalla galleria)_. --
Bene! Bravo!

          (Tutti gli spettatori della galleria escono rapidamente
            dalla destra)

VOCI _(dalla destra fuori di scena, con lunghi e fragorosi applausi)_. --
Fuori l'avvocato! Viva il nostro deputato!

BOBI _(sbalordito, visti partire i carabinieri, risedendo)_. -- No, non 
possibile, addirittura assolto!


SCENA III.

_MARCOLINI e PETRONIO, dalla destra con premura, mentre Tullio si leva
la toga e Giuseppe, Silvestri, Valori, Luigia e Prospera formano un
gruppo animato a sinistra. DETTI._


MARC. -- Presto fuori, avvocato, che l'aspetta una gran dimostrazione!

TULLIO. -- Un momento che abbracci prima lo zio e la cugina...

PETR. -- Dopo! Dopo! Non lasciamo raffreddare! _(lo solleva con Marcolini
per portarlo via dalla destra)_ Su!

TULLIO _(contentissimo)_. -- Ma che cosa fate?

MARC. -- In trionfo! In trionfo! Evviva l'avvocato!

PETR. _(guardando Silvestri)_. -- Evviva il nostro deputato!

TULLIO _(a Giuseppe)_. -- E lo vogliono..... andiamo in trionfo! Ma
ritorno subito. _(via con Petronio e Marcolini)_

VOCI E APPLAUSI _(fuori di scena)_. -- Viva! Viva il nostro deputato!

GIUS. _(concitato)_. -- No... no... dopo tanto sproloquio, so io ci che
pu essere pi eloquente in questo momento... Valori, non sar mai detto
che un Savelli ti abbia fatto perdere un soldo... Avvocato Silvestri,
porga il suo braccio alla mia figliuola e speri subito, lo voglio!

SILV. -- Non ho mai cessato!

LUIG. _(a Silvestri)_. -- Si figuri che chiama la famiglia un inciampo!

PROSP. -- Ah! ci ho gusto! ci ho gusto davvero!

GIUS. -- Zitta, bracona! Eccolo qui. Zitti tutti, e via di qua...
_(accennando a sinistra)_ ma che abbia tempo a vedere ed a capire.
_(s'avviano)_

BOBI. -- Se ne vanno tutti... Ma allora sono proprio assolto e libero?


SCENA IV ED ULTIMA.

_TULLIO con premura dalla destra. DETTI._


TULLIO _(entrando e chiudendo a chiave la porta a destra)_. -- Ma s!
sar il vostro deputato, sar tutto quello che volete; ma ora ci che mi
preme di pi  lo zio,  la cugina... _(volgendosi)_ Che vedo?

GIUS. -- Ah! Ah! la scuola dell'avvenire! Bravissimo; ma noi preferiamo
la scuola antica tutti e quattro! _(via dalla sinistra)_

PROSP. -- Tutti e cinque! _(gli fa una riverenza ironica e segue gli
altri)_

TULLIO. -- Zio! Luigia! Ah! _(cadendo svenuto sulla seggiola di Bobi)_ Ho
tutto perduto!

BOBI. -- E la mia riconoscenza, avvocato? _(gli fa aria col suo
cappello)_ Mondo bello che catena e che orologio! _(gli toglie
l'orologio)_ Non posso resistere gua'! _(intasca l'orologio ed esce
guardingo dalla destra)_ Gli  la pazzia ragionante! _(cala il sipario)_


FINE.





Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo
senza annotazione minimi errori tipografici.





End of Project Gutenberg's Un avvocato dell'avvenire, by Valentino Carrera

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both the Project Gutenberg Literary Archive Foundation and Michael
Hart, the owner of the Project Gutenberg-tm trademark.  Contact the
Foundation as set forth in Section 3 below.

1.F.

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effort to identify, do copyright research on, transcribe and proofread
public domain works in creating the Project Gutenberg-tm
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works, and the medium on which they may be stored, may contain
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property infringement, a defective or damaged disk or other medium, a
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in paragraph 1.F.3, this work is provided to you 'AS-IS' WITH NO OTHER
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If any disclaimer or limitation set forth in this agreement violates the
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that arise directly or indirectly from any of the following which you do
or cause to occur: (a) distribution of this or any Project Gutenberg-tm
work, (b) alteration, modification, or additions or deletions to any
Project Gutenberg-tm work, and (c) any Defect you cause.


Section  2.  Information about the Mission of Project Gutenberg-tm

Project Gutenberg-tm is synonymous with the free distribution of
electronic works in formats readable by the widest variety of computers
including obsolete, old, middle-aged and new computers.  It exists
because of the efforts of hundreds of volunteers and donations from
people in all walks of life.

Volunteers and financial support to provide volunteers with the
assistance they need, are critical to reaching Project Gutenberg-tm's
goals and ensuring that the Project Gutenberg-tm collection will
remain freely available for generations to come.  In 2001, the Project
Gutenberg Literary Archive Foundation was created to provide a secure
and permanent future for Project Gutenberg-tm and future generations.
To learn more about the Project Gutenberg Literary Archive Foundation
and how your efforts and donations can help, see Sections 3 and 4
and the Foundation web page at http://www.pglaf.org.


Section 3.  Information about the Project Gutenberg Literary Archive
Foundation

The Project Gutenberg Literary Archive Foundation is a non profit
501(c)(3) educational corporation organized under the laws of the
state of Mississippi and granted tax exempt status by the Internal
Revenue Service.  The Foundation's EIN or federal tax identification
number is 64-6221541.  Its 501(c)(3) letter is posted at
http://pglaf.org/fundraising.  Contributions to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation are tax deductible to the full extent
permitted by U.S. federal laws and your state's laws.

The Foundation's principal office is located at 4557 Melan Dr. S.
Fairbanks, AK, 99712., but its volunteers and employees are scattered
throughout numerous locations.  Its business office is located at
809 North 1500 West, Salt Lake City, UT 84116, (801) 596-1887, email
business@pglaf.org.  Email contact links and up to date contact
information can be found at the Foundation's web site and official
page at http://pglaf.org

For additional contact information:
     Dr. Gregory B. Newby
     Chief Executive and Director
     gbnewby@pglaf.org


Section 4.  Information about Donations to the Project Gutenberg
Literary Archive Foundation

Project Gutenberg-tm depends upon and cannot survive without wide
spread public support and donations to carry out its mission of
increasing the number of public domain and licensed works that can be
freely distributed in machine readable form accessible by the widest
array of equipment including outdated equipment.  Many small donations
($1 to $5,000) are particularly important to maintaining tax exempt
status with the IRS.

The Foundation is committed to complying with the laws regulating
charities and charitable donations in all 50 states of the United
States.  Compliance requirements are not uniform and it takes a
considerable effort, much paperwork and many fees to meet and keep up
with these requirements.  We do not solicit donations in locations
where we have not received written confirmation of compliance.  To
SEND DONATIONS or determine the status of compliance for any
particular state visit http://pglaf.org

While we cannot and do not solicit contributions from states where we
have not met the solicitation requirements, we know of no prohibition
against accepting unsolicited donations from donors in such states who
approach us with offers to donate.

International donations are gratefully accepted, but we cannot make
any statements concerning tax treatment of donations received from
outside the United States.  U.S. laws alone swamp our small staff.

Please check the Project Gutenberg Web pages for current donation
methods and addresses.  Donations are accepted in a number of other
ways including checks, online payments and credit card donations.
To donate, please visit: http://pglaf.org/donate


Section 5.  General Information About Project Gutenberg-tm electronic
works.

Professor Michael S. Hart is the originator of the Project Gutenberg-tm
concept of a library of electronic works that could be freely shared
with anyone.  For thirty years, he produced and distributed Project
Gutenberg-tm eBooks with only a loose network of volunteer support.


Project Gutenberg-tm eBooks are often created from several printed
editions, all of which are confirmed as Public Domain in the U.S.
unless a copyright notice is included.  Thus, we do not necessarily
keep eBooks in compliance with any particular paper edition.


Most people start at our Web site which has the main PG search facility:

     http://www.gutenberg.org

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including how to make donations to the Project Gutenberg Literary
Archive Foundation, how to help produce our new eBooks, and how to
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